Critica all’animalismo: perché i diritti degli animali sono inaccettabili

Animalismo

Critica all’animalismo 

La dialettica intrinseca alla società post bellica è quella della lotta per i diritti, avocati da e per ogni sorta di categoria, senza nemmeno ragionare sulla liceità d’essi e delle loro possibili conseguenze. 

I diritti sono miopi, ci vedono solo da vicino, il ragionamento è la lente che focalizza lo sguardo al di là della prossimità, cogliendo oltre il presente le possibili conseguenze della concessione indiscriminata di  diritti. 

Molti sarebbero gli argomenti da affrontare, dal femminismo accattone, perspicace con i diritti e fugace con i doveri, comportamento di cui la femministissima Finlandia, dove ovunque vale la parità eccetto nella leva, è l’ipotiposi; mi concentrerò tuttavia sull’animalismo. 

Abbattuti i muri della differenza di classe, razza e sesso, resta quello della specie, il cui abbattimento è operato dall’antispecismo, termine che non casualmente richiama l’antirazzismo, così da collegarsi alla stessa battaglia antidiscriminatoria. 

Poiché è presumibile che la nostra società si avvicinerà sempre di più alla tale fazione, è doveroso combatterne la progressione, pur conscio che alla fine vincerà, come ogni ideale reputato progressista. 

Procederò per temi, cominciando con l’antispecismo, qui detto omozoismo, poiché non condivido la sfumatura che vuole avvicinare diritti umani ed animali, e per la tattica imbrogliona che vuol fare sembrar giusta una lotta perché giusta quella a cui si richiama col nome. 

Omozoismo significa “uguale all’animale”, che sintetizza il tema proposto  dagli animalisti, che non vedono differenze tra uomini ed animali. 

Passerò poi ai più diversi argomenti, cercando di offrire un vademecum contro il ginepraio della dialettica antispecista.

L’omozoismo 

L’omozoismo è la stimmate di ogni ragionamento animalista, conseguenza del fatto che, tramite l’unione del mondo umano a quello animale, è possibile garantire agli animali il concetto di persona con tutto quello che ne consegue, e quindi gli anelati diritti giuridici. 

Gli animalisti scrivono appassionatamente a favore delle bestie, dichiarando che tra i sapiens ed il resto degli animali non sussista alcuna differenza ontologica, abbracciando ogni specie, dalle mosche ai cerbiatti, dalle nutrie ai cavalli.

L’egualitarismo animale evita lo specismo, dando ad ogni classe pari dignità, e ciò dismaga ogni discriminazione, nonché le recriminazioni di coloro che, quando la massa inorridisce per il maltrattamento verso un cane, l’accusano di non fare lo stesso quando a perire è una zanzara. 

Questi ragionatori hanno messo l’accento sulla parità tra ogni specie, poiché sarebbe soggettivo afferire alla superiorità una classe piuttosto che un’altra, basandosi su concetti come l’intelligenza o la presenza di  piume, criteri soggettivi e dunque uguali oggettivamente; vi sarebbe ingiustizia in tutto ciò, nonché polemiche, con un pensatore che si  focalizza su un aspetto, un altro su uno diverso, o infinite discussioni su quanto occorra possedere una facoltà e dove sia il limite discriminante, immerso nel pantano della logica fuzzy 1, e dunque destinato a non essere trovato. 

Non sarebbe nemmeno possibile, e del resto la maggioranza dei pensatori disdegna farlo, rinunciare alla parità tra i rami del mondo animale, e non solo per le conseguenze poc’anzi descritte, ma perché ammettendo il  concetto di superiorità, si ripresenta la problematica ad esso connessa, 

ovvero la natura superiore dell’uomo, e se dunque certi animali hanno più diritti degli altri, allora l’uomo si eleva al di sopra di ogni specie, potendo avocare a se le prerogative che gli animalisti si prefiggono di abolire. 

L’omozoismo è un concetto antico, propugnato da Plutarco e Porfirio, che sostenevano la continuità tra uomini ed animali, livellandone le  differenze, che devono, secondo Erasmo da Rotterdam e Tommaso Moro, vivere in armonia secondo natura. L’antropocentrismo e la parità omozoica vengono proposti anche da Montaigne, e Bonnet dichiara  che gli animali siano persino dotati di anima.

«È ridicolo negare una verità evidente, così come affaticarsi troppo a  difenderla. Nessuna verità sembra a me più evidente di quella che le  bestie son dotate di pensiero e di ragione al pari degli uomini: gli  argomenti sono a questo proposito così chiari, che non sfuggono neppure  agli stupidi e agli ignoranti.» 

In epoca contemporanea, due sono gli autori più importanti del  panorama animalista, Peter Singer e Tom Regan che si prefiggono di combattere lo specismo, giungendo quindi alla parità tra uomini ed  animali. 

Il primo dei due propugna una risoluzione immediata, con estensione hic et nunc 2 del diritto agli animali in quanto uguali agli umani, Tom Reagan,  pur restando assolutista, opta per una moderazione necessaria che diacronicamente si annulla. 

Anche il grande filosofo del diritto Norberto Bobbio, tra i maggiori  pensatori italiani della seconda metà del Novecento, scrive a favore  dell’estensione del principio di uguaglianza agli animali:

«Mai come nella nostra epoca sono state messe in discussione le tre fonti  principali di disuguaglianza: la classe, la razza ed il sesso. La graduale  parificazione delle donne agli uomini, prima nella piccola società familiare  e poi nella più grande società civile e politica è uno dei segni più certi  dell’inarrestabile cammino del genere umano verso l’eguaglianza. E che  dire del nuovo atteggiamento verso gli animali? Dibattiti sempre più  frequenti ed estesi, riguardanti la liceità della caccia, i limiti della  vivisezione, la protezione di specie animali diventate sempre più rare, il  vegetarianesimo, che cosa rappresentano se non avvisaglie di una  possibile estensione del principio di eguaglianza al di là addirittura dei  confini del genere umano, un’estensione fondata sulla consapevolezza che  gli animali sono eguali a noi uomini, per lo meno nella capacità di soffrire?  Si capisce che per cogliere il senso di questo grandioso movimento storico  occorre alzare la testa dalle schermaglie quotidiane e guardare più in alto  e più lontano.» 

L’omozoismo è forte ed autorevoli i sostenitori, l’anelito che li anima parte dall’antichità ed arriva alla contemporaneità, includendo anche  grandi pensatori, spinti dal desiderio di annullare le sofferenze animali. 

Declino e caduta dell’omozoismo  

Per quanto autorevoli i suoi sostenitori, ammirevoli i loro sforzi, e condivisibili i loro intenti, l’omozoismo reca una conclusione inaccettabile per le masse, quella d’essere uguali ai vermi o le vacche; gli omozoisti, dal canto loro, supponendo di essere superiori, liquidano con sufficienza gli incolti e le loro idee.

Tale dogma, non digeribile dalle masse, la rende esclusiva dell’intelligentia, facendone un vessillo che identifica chi ne fa parte; chi ne è nauseato, o non è intellettuale o lo è solo parzialmente.

Dogmatico fu anche il geocentrismo, e autorevole chi lo sosteneva, ma esso cadde, col ribaltamento copernicano, e similmente, ribaltando la prospettiva, l’omozoismo può crollare.

Segue la dimostrazione:

A – Gli uomini sono animali 

Si deduce che 

B – Gli animali sono uomini 

Posto il baluardo del copernicanismo, se ne dichiarano le conseguenze. 

Essendo gli uomini animali, e gli animali uomini, e vigendo il principio di  uguaglianza ontologico, dunque agendi et vivendi, l’uomo è legittimato ad essere ed agire ugualmente agli animali. 

A – Gli animali possono agire secondo natura 

B – Gli uomini sono animali 

C – Gli uomini possono agire secondo natura 

È ora semplice afferrare le conseguenze di ogni ragionamento omozoista, poiché essendo gli uomini pari agli animali possono comportarsi similmente ad essi, e ne consegue che gli uomini, onnivori, possono  cibarsi di essi, ed essendo anche cacciatori, possono cacciare. 

Gli animali commettono ogni sorta di atrocità, persino quelli più intelligenti, non solo quelli stupidi, pensiamo agli scimpanzé che se irritati possono prendere una persona e strapparle gli occhi e la faccia e romperle le braccia, oppure ai delfini che decapitano pesci per potersi masturbare, o persino gli amati cani che sbranano neonati, e se a loro è concesso, essendo posto il principio di uguaglianza, allora lo è all’umanità. 

Quale mondo etico sarebbe quello in cui gli uomini possono commettere  una violenza inaudita strappando il volto ad un koala, decapitare un gatto per inserirci il pene ed eiacularvi, sbranare senza necessità un cucciolo di  giraffa? 

Non è un mondo etico, non è un mondo migliore, sarebbe immorale e peggiore: queste sono le conseguenze dell’omozoismo. 

E questa è la caduta dell’omozoismo. 

Coda 

Non è possibile evitare le conseguenze dell’omozoismo, poiché dovendo valere per gli uomini, un provvedimento dovrebbe valere per gli animali, vigendo il principio di uguaglianza, ma è impossibile e non etico evitare  qualunque crimine tra animali; immaginiamo le conseguenze, anche grottesche, come un tribunale che condanna un lupo colpevole di  omicidio contro delle galline – anzi gallicidio – sbattendolo in galera, dove avrà la compagnia di un delfino pervertito che aveva ucciso un’aringa per  trastullarsi,

oppure a un’iperbolica quantità di processi contro i camaleonti che ingoiano mosche, i quali non rispondono alle domande – o ai nitriti, se si opta per tribunali dove lavorino tutte le specie – dei giudici, limitandosi a guardare a destra e sinistra (contemporaneamente).

Non è possibile instaurare un tribunale delle galline, né spedire in carcere i leoni; la natura è tale, tale è la natura. Non abbiamo il diritto di proibire agli animali di vivere secondo natura, è detestabile discriminare i carnivori a favore degli erbivori, proibire azioni ed obbligarne altre, costringendo gli  animali a non essere più tali, ma umani, senza che lo vogliano, né  l’abbiano chiesto. 

Il diritto e la sua essenza 

Tutte le argomentazioni animaliste, traendo linfa vitale dall’antispecismo, muoiono; restano da affrontare problematiche insite ad altri argomenti,  come ad esempio i diritti. 

«Diritti e doveri sono interrelati in ogni attività umana sociale e politica.  Mentre i diritti esaltano la libertà individuale, i doveri esprimono la dignità  di quella libertà.» 

– Costituzione dei diritti e dei doveri 

I diritti, bandiera d’ignavi del nostro tempo, che tutti rincorrono,  dimenticando i doveri, sono indissolubilmente ad essi legati, poiché il  diritto altro non è che un dovere, ed il dovere non è altro che un diritto,  dal momento che il diritto è l’obbligo della società verso il  singolo/categoria, mentre il dovere è l’obbligo del singolo/categoria di agire in  modo da rendere possibili i diritti. 

Non sarebbe possibile il diritto alla vita se a qualcuno fosse lecito  uccidere, poiché essendo ucciso il suo diritto a vivere sarebbe stato  violato; l’unica scappatoia è il privilegio, ovvero il diritto senza dovere,  cioè quello in cui realmente consiste il diritto animale. 

Gli animali non possono avere diritti, in quanto non avrebbero doveri, e se dovessimo affidarli, cadremmo in quanto descritto  in 1.3 Coda, ovvero un delirio. Non possiamo  garantire alcun diritto agli animali,

se non vivere secondo natura,  l’unico sensato, perché egualitario e già in applicazione. 

La scorciatoia che potrebbero trovare gli animalisti è semplicemente inaccettabile, una doppiezza morale chiagni e fotti dagli esiti tragicomici. 

La viuzza sarebbe quella che i diritti valgono solo per gli animali, e non per  gli uomini, e che gli animali non hanno doveri, ma li hanno gli uomini, mandando così al camposanto logica, egualitarismo e filosofia del diritto, tutti insieme. Gli animali possono uccidere altri animali, farli a pezzi, divorarli, stuprarli, possono commettere le abiezioni più atroci, ma tra animali; gli umani, invece, non hanno alcun diritto verso gli animali, ma  solo il dovere di genuflettersi dinanzi la loro maestà e fulgida autorevolezza morale. 

Addio egualitarismo, gli animali possono ma non gli uomini. 

Addio filosofia del diritto, con tutti i suoi sforzi nel tempo per carpire l’interrelazione tra diritti e doveri. 

Addio logica, che eleva l’inferiore al superiore, che legittima l’orrore se commesso da una parte e delegittima giustezze se dall’altra. 

È doveroso premettere la causalità dei diritti, ovvero il miglioramento  delle condizioni di vita, e quello dei doveri, lo stesso.

Lo sforzo degli  intellettuali, la sofferenza degli ultimi, la lotta di tutti, ha avuto come  risultato una considerazione imprescindibile, quella dell’interrelazione diritti doveri, in modo da abolire i privilegi, causa di troppi mali nella società, primo tra tutti la discriminazione. 

Garantendo il privilegio animale, si insulta il sangue e il sudore di coloro che ci hanno preceduto, e si rendono superiori degli esseri rispetto ad altri, logica che sembra riecheggiare il ci sono animali più uguali degli altri  di orwelliana memoria. Un uomo vedrà un gatto uccidere un uccello per  divertimento, e lui sarà impossibilitato persino a liberarsi dei pidocchi che 

lo infestano, molti vedranno gli animali vivere secondo natura ma non se stessi, vedendo chiaramente la disparità di trattamento, come la videro i loro antenati dinanzi ai nobili che per diritto naturale – diritto – potevano  uccidere i servi anche senza motivo. 

Diventando impossibile uccidere, si dovrebbe dire addio alla sperimentazione animale, non ponendo fine alle sofferenze dei malati, avendo sospeso la ricerca di medicinali senza i quali moriranno i nostri consanguinei;  tutto questo mentre gli animali continuano nelle loro bestialità. 

Col privilegio animale verrà elevato l’inferiore a superiore e viceversa, e non è possibile deasserire la superiorità ed inferiorità, poiché chi impugna  il diritto animale, e dunque la moralità, lo fa perché considera la superiore  rispetto alla non moralità, e dunque eleva l’essere morale tipico dell’uomo rispetto al non essere morale; ma se allora l’uomo è morale, e  la morale è superiorità, l’uomo è superiore, ma pur essendo superiore, di ritrova ad essere privato di vivere secondo natura. 

E perché? 

Perché l’umanità, detentrice della condizione ontologica della moralità, dovrebbe inchinarsi servilmente verso gli animali, che sono inferiori, e commettono su massa atrocità indicibili? 

Che poi qualcuno potrebbe obiettare, furbamente, che essendo l’essere umano  superiore, può comportarsi come desidera verso gli esseri  inferiori; nessuno può contestarlo, anzi, ha più ragione lui a concedere  privilegi – che si concedevano ai migliori della società – ai superiori rispetto agli animalisti per gli infimi 

Um’obiezione che potrebbe essere mossa fagli animalisti, quella della liceità d’ogni interpretazione morale, legittimerebbe qualunque azione, anche trattare le bestie come pezze; non funzionerebbe, dunque.

Non ha senso nemmeno l’ultima possibile difesa degli animalisti poco egualitari, secondo cui tutti gli animali sono uguali eccetto l’uomo, ovvero 

che il privilegio animale elimini la sofferenza, perché la argina solo da parte umana, lasciando quella causata della violenza animale-animale. 

Dovendo valere anche la libertà animale, in maniera assoluta ed  inderogabile, allora tutti gli animali domestici e da laboratorio dovrebbero essere liberati, gesto dalle conseguenze pessime, essendo i cani impossibilitati a vivere in ambienti non umani. Gli umani non dovrebbero nemmeno prendere i cuccioli rifiutati dalle madri, e crescerli, o ricoverare gli animali feriti, dal momento che  potrebbero essere un pasto per un predatore, e ricoverandolo si farebbe  un danno ad un altro animale. 

Alcuni animalisti poco moderati potrebbero non solo sostenere l’egualitarismo poco egualitario, ma persino che gli uomini debbano servire gli animali; i diritti tra umani valgono per gli animali ma non tra animali e animali ma tra animali e umani, pur essendo animali gli  umani, ma che pur senza diritti gli umani debbano servire gli animali. 

Chi vuole seguire la linea del servilismo omozoico si scontra così ideologicamente con l’intera filosofia del diritto e tutti i sostenitori dei  diritti animali, senza risolvere la problematica del dolore animale, e  propugnando un’ideologia illogica, disumana, inutile e discriminatoria. 

Omnia licet cogitare, nec agere. 3

Il caso degli umani marginali 

Un insidioso argomento di Peter Singer, riguardo ai diritti, è che questi  vengano accordati agli umani marginali, pur essendo limitati  mentalmente, si pensi ai neonati o ai pazzi; agli animali invece spetta una  sorte diversa. 

Questo apparente controsenso è un imprescindibile pilone etico, in quanto, in sua mancanza, sarebbe possibile ogni sorta di atrocità, dalla liceità dell’infanticidio o al placet 4 verso la soppressione di massa degli anziani; le conseguenze non finiscono qui, poiché essendo gli assonnati privi di coscienza, sarebbe possibile ammazzarli. 

La concessione dei diritti agli umani marginali ha una funzione utilitaristica, ed anche etica, in quanto porterebbe enormi sofferenze ai  parenti di eventuali infanti uccisi o comatosi che avrebbero potuto risvegliarsi. 

“Meglio un neonato morto ucciso che un pollo ruspante cucinato”  potrebbe riassumere le conseguenze dell’obiezione marginalista. 

Un altro argomento contro tale argomento è la superiorità ontologica  dell’uomo, il quale, essendo capace di agire moralmente, è un ente morale, dunque per essenza superiore: se vi è differenza qualitativa  nell’agire moralmente e amoralmente, allora vi sarà una differenza  qualitativa ontologica. 

La differenza tra uomini e animali è rappresentata dalla loro essenza, per quanto gli animali complessi siano capaci di qualche forma di vita intellettiva, sono per natura inferiori all’uomo, la cui specie presenta una vita intellettiva e morale enormemente superiore, superiorità dunque donata per nascita; un neonato, partecipando alla specie umana, ne condivide la dignità. 

Non è nemmeno necessario agire perennemente in modo morale, potendo capitare impedimenti che ne limitino l’azione, quale il già ricordato coma, o la senilità. 

Voler dare diritti agli animali sulla base che alcuni umani simili a questi li hanno, significa elevare il fenomeno a paradigma, altro controsenso logico. 

Un ultimo argomento è quello dell’inconfutabile differenza tra le condizioni di in potenza e impotenza: 

A – Essere in potenza significa essere 

B – Non essere in potenza significa non essere

Vi è già una differenza qualitativa, come vi è naturalmente tra essere in  potenza ed essere in atto, ed infatti alcuni diritti – il voto – viene concesso a chi è in atto capace ontologicamente di esercitarlo. 

Se esiste un gradiente nel diritto tra membri della specie, pur  condividendo l’essenza superiore, non vi è alcuna contraddizione se non  vengano concessi ad essere persino fuori dal gradiente. 

Il dolore 

«Se un essere soffre, non ci può essere una giustificazione morale per  rifiutare di prendere in considerazione questa sofferenza. Non importa  quale sia la natura di questo essere, il principio d’uguaglianza richiede che  la sua sofferenza sia valutata alla pari di sofferenze simili – nella misura in  cui è possibile fare queste comparazioni – di qualsiasi altro essere.» 

– Peter Singer 

Gli argomenti di pancia hanno un grande effetto sulle masse, e sfruttandone l’empatia, se ne fanno proselite, convinte dalle  argomentazioni sulla sofferenza patita dalle bestie; tanto più sono efficaci dal momento che la percezione degli animali è filtrata dalla massiccia umanizzazione proposta da Disney ed altre produzioni culturali.  L’umanizzazione disneyana, che ha trasformato gli animali in semi umani,  privandoli degli aspetti bestiali, rende più facile la manipolazione empatica. 

Tuttavia, come dimostra la frase di Peter Singer, si ricade sempre nella fallacia omozoica, e se vale il principio di uguaglianza, e tenendo conto  che gli animali causano sofferenze ad altri animali secondo natura, allora,  dal momento che vale il principio di uguaglianza, l’uomo può agire alla  stessa maniera. 

Curarsi delle sofferenze animali è più che lecito, ancor più se essi sono  animali complessi, dotati di un lume d’intelligenze, capaci del discernimento tra benessere, atarassia e sofferenza; ma curarsi non deve indurre a fallacie logiche quali omozoismo e privilegio. 

È possibile tenere conto del dolore provato dagli animali evitando loro  inutili sofferenze, attraverso un comportamento morale doveroso per gli uomini, essenti morali. 

Scrive Kant: 

«facendo il nostro dovere verso gli animali rispetto alle manifestazioni  della natura umana, indirettamente facciamo il nostro dovere verso  l’umanità. Possiamo giudicare il cuore di un uomo dal suo trattamento  degli animali» 

Quindi si può agire umanamente verso gli animali, con compassione,  senza però considerarli soggetti di diritto, condizione attribuibile solo ad  enti morali, quali gli umani, che sottoscrivono un patto morale, rispettabile dai contraenti. 

La volontà degli antispecisti di evitare sofferenze agli animali attraverso il  privilegio non evita le sofferenze, connaturate agli animali,  ma le argina in maniera grossolana solo da parte umana, mentre la  morale kantiana della compassione fa lo stesso, evitando fallacie logiche, e ponendo comunque l’uomo al di sopra degli animali; viene così risolta anche un’obiezione singeriana – gli animali agiscono bestialmente ma non occorre assumerli come guida morale – agendo in maniera superiore alle bestie e senza cadere nell’ineliminabile contraddizione omozoica. 

Altre posizioni 

• Jeremy Bentham – Il filosofo inglese scrisse “verrà il giorno in cui gli animali del creato acquisiranno quei diritti che non avrebbero potuto essere loro sottratti se non dalla mano della tirannia“, il problema di  

questa asserzione è evidente: i diritti li ha creati l’uomo, non vigevano  prima d’esso. Un’altra obiezione benthamiana concerne l’illogicità di garantire diritti secondo differenze, secondo lui pretestuose; tuttavia la discriminazione ha senso se la caratteristica su cui si basa è rilevante rispetto al comportamento in questione – a dirla semplice: il diritto alla libertà dell’uomo va a farsi benedire con i serial killer.

• Tom Regan – Lo scrittore immette il criterio valutativo per distinguere  tra soggetti di vita e non, garantendo ai primi (mammiferi con oltre un  anno di vita) i diritti. L’ammissione di differenza ontologiche apre alle  conseguenze del differenziale superiore inferiore, dove l’uomo è  superiore e dunque, se gli animali superiori hanno più diritti degli animali inferiori, l’uomo ha più diritti degli animali essendo superiore. C’è da  tenere conto che Tom Regan aspira ad un allargamento progressivo,  quindi il condivisibile affidamento di diritti a taluni animali, in realtà apre  la finestra di Overton, per includere via via più animali. Regan cade in fallacia incriminando azioni di certi enti valide però tra altri enti: 

«…gli animali sono trattati, di routine e sistematicamente, come se il loro  valore fosse riducibile alla loro utilità per gli altri, di routine e  sistematicamente sono trattati con mancanza di rispetto, e anche i loro  diritti vengono di routine e sistematicamente violati» 

Questo agire è condiviso dagli animali, appartiene ontologicamente ad  essi, e non vi è nessun problema se in tal modo agisce anche l’uomo,  poiché se si volesse accettare che gli animali non ledano i diritti animali  perché agiscono secondo il diritto di agire secondo natura, questo vale anche per l’uomo. 

• Eliminazione della violenza – Alcuni ritengono che attraverso la morale  animalista sarebbe possibile il cessare della violenza 

«Non sono lontano dal pensare che gli uomini arriveranno veramente a  non uccidersi tra di loro, quando arriveranno a non uccidere più gli  animali.» 

come sostiene in questo caso Aldo Capitini, fondatore della società  vegetariana italiana. 

Gli orrori del regime nazista, che molto aveva adoperato a favore degli  animali, abolendo ad esempio la bollitura delle astici vive, non gioca a favore di questa teoria, che ignora la naturale tendenza violenta verso  l’uomo, ineliminabile se non eliminando l’umanità. 

E nemmeno oggi i vegani estremisti con le loro violenze concedono di dar credito alle teorie del magico mondo senza violenza. 

Conclusione 

Il fine degli animalisti è condivisibile, ma non i mezzi con i quali tentano  di realizzarlo. 

L’uso di fallacie logiche, gli argomenti di pancia, non sono altro che  inganni che mascherano la realtà, e taluni effetti la peggiorerebbero, come ad esempio la sospensione della sperimentazione animale. 

È possibile l’uso di una morale kantiana nei confronti degli animali che li affranchi da inutili violenze, e ben vengano leggi a loro tutela quali il veto  sulla bollitura dei crostacei vivi, un’inutile tortura, le multe a coloro che  abbandonano i cani, il sostegno alla biodiversità permettendo alle specie protette di tornare a numeri che non le condannino all’estinzione. 

È mirabile l’amore verso il creato, ed ammirabile chi lo difende; la ricchezza data da tanta biodiversità va preservata, così come l’habitat, nel quale abitiamo anche noi, perché non dilaghino conseguenze irreparabili. 

L’unica eccezione alla tutela della biodiversità è l’eradicazione di forme di vita pericolose per l’uomo o che vivano a scapito di esso, come pidocchi, zecche, zanzare, batteri e virus.

Note a piè di pagina

  1. Nella logica fuzzy è possibile considerare un determinato valore non come esclusivamente appartenente a un singolo insieme, bensì come simultaneamente appartenente, anche se in misura differente, a più insiemi distinti.
  2. La locuzione latina hic et nunc, tradotta letteralmente, significa «qui e ora, adesso». Questa espressione si usa spesso per indicare che una cosa non ammette proroghe nella sua attuazione.
  3. È lecito pensare tutto, ma non agire.
  4. Placet è un termine che deriva dal latino. Il suo significato in senso ampio è rivolto al concedere una manifestazione di assenso.
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