Capire Le Donne
La MANIACA DEL CONTROLLO: Una relazione che diventa una prigione invisibile
Oggi vi voglio parlare di un tipo di donna particolarmente insidioso, la cui pericolosità sta proprio nella capacità di non farsi comprendere inizialmente e di non apparire per ciò che poi si rivelerà: la Maniaca del Controllo.
Questa donna posiziona la relazione in modo asimmetrico, spostando l’ago della bilancia verso di sé gradualmente e con molta attenzione. Lavora nel tempo per fare questo cambio e portare il controllo dalla sua parte. Spesso questo accade proprio come nella metafora della rana bollita: all’inizio non ce ne si accorge ma, alzando la temperatura poco alla volta, la rana invece di saltare fuori dalla pentola finisce per restare bollita. Quando entriamo in una relazione del genere, spesso cediamo a piccole manie di controllo sperando così di stare in pace e serenità. Molti uomini ambiscono proprio a questo, a una serenità intesa come il “non avere problemi”. Ma cercare di evitare i conflitti dandole vinta sulle piccole cose non fa altro che spostare sempre più indietro i propri confini, preparando di fatto il terreno alla sua vera e propria invasione di campo. E ciò accade soprattutto quando nella coppia si crea una situazione sbilanciata in cui la donna acquisisce un maggiore potere contrattuale, per esempio perché ci sono figli o proprietà in mezzo, sapendo che in caso di separazione sarebbe inevitabilmente più favorita. In questi casi il potere si sposta e la relazione non resta più solo sul piano emotivo, ma arriva a condizionare anche i propri figli e i propri averi.
Una sconfitta per logoramento
Costretto in questa dinamica, l’uomo si trova a cedere continuamente, perché non farlo porterebbe a un’escalation assurda. Si entra così in quella che viene chiamata la regola del pazzo, analizzata anche da Steven Pinker quando descrive due auto lanciate in uno scontro frontale citando Gioventù bruciata[1]. Ora, in realtà nel film con James Dean le auto correvano verso un burrone per vedere chi saltava fuori per primo, mentre il vero scontro frontale al cinema è quello della famosa scena dei trattori in Footloose, che tra l’altro rende ancora meglio l’idea visto che qui parliamo di una relazione a due. Ma al di là del film, in una situazione del genere alla fine vince chi dimostra di essere abbastanza folle da non togliere mai il piede dall’acceleratore, costringendo l’altro a sterzare all’ultimo secondo. Ed è esattamente questo il dramma. Se ti trovi di fronte a una Maniaca del Controllo, non sarà mai lei a togliere il piede dall’acceleratore. Se provi a metterti in opposizione, a fare muro contro muro cercando a tua volta di controllare le cose, lei terrà il pedale schiacciato a tavoletta fino a far schiantare tutto. Perché a lei, in fondo, non importa nulla di salvaguardare la relazione come obiettivo comune: l’unica cosa che le interessa davvero è avere ragione e piegare la situazione alla sua volontà, anche a costo di distruggere ogni cosa. Finché ci si schianta quando non c’è nulla da perdere, va anche bene. Il problema vero nasce quando l’uomo sa dentro di sé di avere tantissimo da perdere, e quindi per evitare il disastro sterza, concede, e continuerà a concedere. Si creano così quelle classiche situazioni in cui assisti a un uomo sottomesso e sommesso, che magari non lo era di natura ma lo è diventato: è stato quasi addestrato a esserlo, si è autolimitato e ha spento la sua persona a tal punto da risultare quasi inerte. A quel punto, il confine tra ciò che è diventato, ciò che è davvero e ciò che ha dovuto fingere di essere si confonde, diventando così sottile che lui rimane annichilito da se stesso.
Chi è una Maniaca del Controllo?
Ma chi è, in concreto, una Maniaca del Controllo? Capiamolo bene: è essenzialmente una donna che vuole che le cose si facciano solo nel modo in cui lei pensa che vadano fatte.
Qualsiasi cosa non rientri nei suoi schemi diventa fonte di stress e litigi, banalmente dall’ordine della casa fino agli orari. È una donna incapace di gestire bene una relazione con un uomo, che per sua natura richiede dei propri spazi personali. Una donna capace di stare in relazione sa dosare queste distanze e concedere all’uomo momenti in cui può essere ciò che è, coltivando le amicizie o i propri interessi. La Maniaca del Controllo, invece, si irrita profondamente e non concede mai niente: ogni spazio vissuto all’esterno che non rientra nei suoi schemi programmati viene vissuto quasi come un affronto e puntualmente rinfacciato. La sua strategia è quella di un martello pneumatico continuo e logorante: ogni volta che l’uomo cerca di fare qualcosa per sé, il costo da pagare è così alto che alla fine è lui stesso a cedere. Smette di ritagliarsi spazi, viene assorbito totalmente e diventa una sorta di facchino o factotum, finendo per vivere unicamente in funzione dei suoi schemi: la routine, la gestione della casa, i figli, le finanze.
Proprio sulle finanze va aggiunto un punto importante. La Maniaca del Controllo pretende un accesso diretto ai soldi e difficilmente ne lascia la gestione all’uomo. Con il pretesto di amministrare la casa, accentra su di sé il controllo economico, il che finisce per diventare una vera e propria castrazione simbolica per l’uomo, che privato di questa autonomia perde anche la propria capacità decisionale. Sia chiaro: non c’è nulla di male se in una coppia la donna gestisce maggiormente le finanze domestiche. Dipende dagli accordi e ci sono tantissime coppie che vivono serenamente così. Qui però il punto è che la gestione del denaro diventa l’ennesima estensione del suo controllo ossessivo. Del resto si parte sempre dalle piccole cose: un soprammobile sistemato in un certo modo, o il divieto assoluto di tenere i propri oggetti in uno spazio personale. Magari uno avrebbe piacere a esporre un modellino d’auto su una mensola, o a tenere dei libri a portata di mano per leggere, ma non può farlo perché tutto viene bollato come fonte di disordine, inutili cianfrusaglie o semplicemente cose non contemplate nel suo schema. Ma da questi dettagli si arriva presto a questioni ben più gravi, come il controllo totale sull’educazione dei figli, gestita in modo unilaterale senza minimamente confrontarsi con lui, fino al decidere da sola chi può entrare in casa o come vanno gestiti i rapporti con le famiglie d’origine. Ogni aspetto, dal più banale al più importante, diventa terreno di scontro, spingendo lei a reagire con un atteggiamento che parte da quello passivo-aggressivo e, man mano che acquisisce potere, diventa sempre più diretto e prevaricante. A quel punto l’uomo, ormai sfinito dal logoramento, finisce per chiudersi in se stesso e autolimitare persino le proprie micro-scelte, arrivando talvolta a viverle con un profondo senso di colpa. Del resto, in una relazione non c’è cosa peggiore che sentirsi umiliati proprio dalla persona che dice di amarci. E un uomo costretto a subire un’umiliazione quotidiana finisce per spegnersi, lentamente e inesorabilmente.
Visto che parliamo di una dinamica che si sviluppa nel tempo, all’inizio è difficile accorgersene. Come fare allora per coglierla subito? Ci sono tanti piccoli segnali premonitori. Si parte ad esempio dalla scelta di dove andare, per poi passare presto al voler stabilire chi frequentare, cosa pensare di determinate cose, fino a offendersi facilmente non appena emergono divergenze di opinione. È normale avere delle preferenze, ma la Maniaca del Controllo ha una visione talmente rigida e assoluta di ciò che è giusto da non ammettere il punto di vista altrui. Ve ne accorgete quando notate una netta chiusura all’ascolto: non si tratta della normale convinzione nelle proprie idee, ma di un vero e proprio blocco verso il mondo dell’altro, percepito come qualcosa di estraneo o sbagliato. Questo accade perché la Maniaca del Controllo ha una visuale totalmente egoriferita, che la porta a elevare la propria percezione a metro di misura universale, considerando valido solo ciò che rientra nel suo ordine mentale e risponde alle sue esigenze. Ovviamente dietro a tutto questo possono esserci insicurezze e tratti ossessivi profondi, ma qui si aprirebbe un altro capitolo.
Come uscirsene
Quello che ci interessa sul piano pratico è la conseguenza inevitabile: l’uomo si sente sempre più schiacciato e, col tempo, persino pronunciare un semplice “no” diventa un’impresa titanica. Per invertire la rotta bisognerebbe ristabilire dei confini netti, ma farlo a quel punto genera inevitabilmente forti conflitti. E poiché lei vince proprio grazie a questa strategia di logoramento estenuante, non bisogna mai cadere nella trappola di affrontarla sul suo stesso terreno. Ad ogni sua insistenza non serve entrare nel merito della diatriba: basta fornire risposte brevi e concise, dare per valide le prime decisioni prese e ribadire il concetto al massimo un paio di volte, con ferma calma. Watzlawick lo spiega molto bene parlando delle trappole comunicative: ci sono relazioni che diventano giochi a somma zero dove le regole sono fatte per tenere uno sopra e l’altro sotto. Se provi a discutere restando dentro quel campo, alimenti soltanto il suo meccanismo[2]. L’unico modo per vincere certe partite è semplicemente rifiutarsi di giocarle. Se entri nell’ottica di doverla convincere a tutti i costi, hai già perso. Con un muro non si dialoga, e quando lei fa muro è inutile continuare a giustificarsi. Ciò che conta è affermare la propria volontà e attenervisi, perché spiegarsi all’infinito non serve a nulla.
Certo, la situazione è complessa. Ogni storia fa caso a sé e non esiste una formula magica, ma deve esserci almeno la spinta a riappropriarsi dei propri spazi vitali. Le relazioni funzionano quando entrambi sanno coltivare una propria dimensione. Il paradosso, qui, è che la Maniaca del Controllo non sente il bisogno di uno spazio proprio perché ha già trasformato tutto il territorio relazionale in una proiezione di sé: estende il suo controllo in modo tentacolare su ogni ora, ogni oggetto e ogni angolo della casa, inglobando completamente il partner proprio come un blob. Al contrario, per vivere sereni bisognerebbe saper allentare la presa e riposare. Lei, invece, resta costantemente in un’allerta perenne, incapace di cedere anche solo di un millimetro.
Bisogna infine imparare a distinguere tra un incastro sano e una colonizzazione. Nelle coppie si trovano spontaneamente equilibri basati sulle inclinazioni di ciascuno: chi è più ordinato si prende cura della casa, chi cucina volentieri se ne occupa con piacere, chi ha più dimestichezza con la contabilità gestisce le finanze, indipendentemente dal genere. Finché si tratta di asimmetrie funzionali, non c’è nulla di male. Fanno parte dell’armonia di coppia. Qui, invece, siamo di fronte a una sistematica invasione del mondo altrui. Ci sono uomini completamente annichiliti che non ricordano nemmeno più chi fossero prima: a volte ripensano al passato con un velo di nostalgia, ma spesso finiscono per rimuoverlo del tutto, perché ricordare la persona che erano fa troppo male rispetto al punto in cui sono ridotti.
Abbiamo descritto un controllo di tipo ossessivo, ma ci tengo a precisare che non sto parlando di patologie o disturbi del comportamento, come quelli del cluster B, il borderline o il narcisismo. Voglio parlarvi semplicemente di archetipi, che per loro natura sono delle semplificazioni. Proprio per questo, il ritratto che abbiamo tracciato non va preso in modo rigido, cercando a tutti i costi una corrispondenza perfetta con una singola persona. Serve piuttosto a fornire una chiave di lettura per imparare a riconoscere certi schemi e atteggiamenti ricorrenti, che in determinate personalità tendono spesso a presentarsi insieme. Saper leggere queste dinamiche ti rimette nella condizione pratica di capire esattamente in che situazione ti trovi. Spesso, infatti, il rischio più grande quando si vive un rapporto del genere è proprio quello di perdere un punto di vista lucido e oggettivo, che viene via via deformato da continue distorsioni e forzature. Con il risultato che, alla fine, la fatica più grande diventa proprio quella di riuscire a vedere le sbarre della propria prigione.
Bibliografia
[1] Cfr. S. Pinker, Razionalità. Cosa è, perché sembra scarseggiare, perché conta, Mondadori, Milano 2022 (ed. or. 2021). Riprendendo la teoria dei giochi di Thomas Schelling (La strategia del conflitto, 1960), Pinker analizza il “gioco del coniglio” (Game of Chicken) descrivendolo come uno scontro frontale tra due auto lanciate l’una contro l’altra e associandolo a Gioventù bruciata (1955), sebbene nel film la sfida consista nel correre verso un burrone e lo scontro frontale trovi invece riscontro nella celebre scena dei trattori di Footloose (1984). In questa rotta di collisione, l’attore che simula irrazionalità o si mostra disposto ad andare fino in fondo senza compromessi (“teoria del pazzo”) ribalta il vantaggio a proprio favore, costringendo la controparte razionale – consapevole di avere troppo da perdere – a sterzare e cedere sistematicamente per evitare lo schianto. ↩ Torna al testo
[2] Cfr. P. Watzlawick, J. H. Beavin, D. D. Jackson, Pragmatica della comunicazione umana. Studio dei modelli interattivi, delle patologie e dei paradossi, Astrolabio, Roma 1971 (ed. or. 1967). Gli autori della Scuola di Palo Alto descrivono come patologica la “complementarietà rigida”, in cui un partner impone stabilmente una posizione di superiorità (one-up) schiacciando l’altro in una di sottomissione (one-down). Nei conflitti cronici basati sul logoramento, continuare ad argomentare dentro lo stesso schema (frame) alimenta il gioco dell’avversario. L’unica via d’uscita efficace consiste nel sottrarsi allo scambio simmetrico infruttuoso, rifiutando di partecipare alla dinamica. ↩ Torna al testo