Psicosfera
IPERGAMIA: quello che manosfera e femministe non hanno capito
Che piaccia o meno, l’ipergamia è «giusta» nella misura in cui ha rappresentato una strategia funzionale alla sopravvivenza della donna e della sua discendenza in determinate condizioni ancestrali e storiche. Giusta, dunque, nel senso di funzionale, non di moralmente corretta: cercare un uomo con maggiori risorse, status o capacità di protezione dava un vantaggio concreto alla donna e alla sua prole. Il punto, però, è comprendere la sua funzione prima di giudicarla in termini morali.
Spesso, invece, ragioniamo come se la morale fosse indipendente dalle condizioni materiali nelle quali si è formata. Anche i sistemi morali, al contrario di quello che molti pensano, risentono delle pressioni ambientali, delle necessità di sopravvivenza e delle conseguenze dei comportamenti che regolano. Una pratica morale si consolida anche attraverso gli effetti favorevoli che produce sulla continuità di un gruppo o di una comunità di individui, mentre chi la osserva ne interpreta il significato attraverso modelli religiosi e simbolici.
È quanto accadeva, ad esempio, con le abluzioni nelle antiche basiliche cristiane, dove i fedeli si lavavano le mani prima di entrare. Il gesto aveva un significato religioso, ma comportava anche una pulizia materiale, con possibili benefici igienici indipendenti dalla comprensione del loro meccanismo. Loro non conoscevano i batteri, i virus, ma conoscevano l’effetto positivo e quindi il significato sacro era giustificato attraverso di esso. È proprio questo il punto: non occorre per forza comprendere scientificamente una pratica perché essa produca conseguenze favorevoli nel mondo reale. Il carattere sacro induce a rispettarla e a trasmetterla, mentre i suoi effetti materiali contribuiscono, quando vantaggiosi, alla sua conservazione e trasmissione nel tempo. Una cultura custodisce così, attraverso un precetto morale, un comportamento utile senza possedere necessariamente una spiegazione consapevole della sua utilità.
La spiegazione che una comunità dà di una norma è quindi distinta dalla funzione che ne favorisce la persistenza nei secoli. In questo senso, la morale è anche il risultato di un processo di selezione culturale: alcuni comportamenti vengono premiati, trasmessi e infine riconosciuti come giusti perché hanno contribuito a sostenere un determinato ordine sociale nel corso della storia umana. Questo non significa che tutto ciò che sopravvive sia moralmente valido, ma che ciò che una società considera valido dipende anche dai problemi che ha dovuto affrontare nel corso della storia.
Ma con questo dove voglio arrivare? Al fatto che lo stesso ragionamento riguarda la regolamentazione della sessualità e della coppia. La monogamia socialmente imposta, sostenuta dalla cultura, dalla religione e dalle istituzioni, ha svolto anche una funzione di contenimento delle spinte ipergamiche e della competizione sessuale. Con l’aumentare della complessità sociale, lasciare quelle dinamiche prive di regolazione significava affrontare tensioni più difficili da gestire. Una disposizione funzionale sul piano individuale, del resto, non genera necessariamente un equilibrio sostenibile sul piano collettivo.
È qui che il rapporto cambia e diventa più interessante e spesso non considerato nei giusti termini. La morale, formatasi anche sotto la pressione delle condizioni di vita, diventa a sua volta una forza capace di modificarle. Regola i comportamenti, modifica possibilità e vincoli, condiziona le scelte e plasma l’assetto entro il quale quelle stesse disposizioni si esprimono. Il rapporto diventa reciproco: Da una parte le condizioni selezionano le norme e dall’altra le norme intervengono sulle condizioni.
Ecco perché a questo punto, separare nettamente biologico, culturale e morale diventa difficile, per non dire inutile, perché questi livelli si condizionano continuamente. Le disposizioni non si manifestano nel nulla: assumono forme diverse a seconda degli incentivi, dei limiti e delle opportunità disponibili. Una disposizione resta, mentre cambiano le condizioni che la orientano e gli effetti che produce.
È quanto accade oggi con l’ipergamia, che può assumere forme più difficili da gestire proprio per il tipo di società nel quale si esprime. L’ampliamento delle possibilità di scelta, l’accelerazione economica e tecnologica, le contraddizioni dei modelli relazionali e l’indebolimento di alcuni vincoli tradizionali ne plasmano la portata e gli effetti. Una disposizione antica si trova ad agire dentro un ambiente profondamente diverso, nel quale le opportunità si moltiplicano e i tempi delle scelte si comprimono.
Paradossalmente, però, questa maggiore difficoltà nel governarla non significa che sia incompatibile con la società attuale. Anzi. Si accorda con una società che alimenta maggiori consumi e aspettative sempre più alte. L’uomo non è più da tempo ormai un riferimento per la sopravvivenza materiale della donna, nonostante ciò resta la tendenza ipergamica a cercare un uomo di status superiore, continuamente sollecitata attraverso modelli di successo, prestigio e ricchezza incarnati soltanto da una piccola percentuale di uomini.
Il punto è capire come si alimentano quelle aspettative. Cercare un uomo con maggiori risorse o prestigio comporta sempre un confronto: maggiori rispetto a chi, rispetto a quale ambiente, rispetto a quale idea di vita? Se cambia il riferimento, cambia anche ciò che viene considerato sufficiente alla selezione individuale.
Il confronto continuo con uomini eccezionali per ricchezza, successo o visibilità trasforma l’eccezione in uno standard ordinario. Ciò che appartiene a una piccola parte della popolazione di uomini diventa il termine con cui giudicare tutti gli altri. Non occorre che aumentino le possibilità reali di costruire una relazione con quegli uomini perché aumentino le aspettative: basta che la loro presenza occupi uno spazio crescente nella percezione e nello Zeitgeist.
Arriviamo qui al problema decisivo nel mondo relazionale odierno. Vedere una possibilità non significa averla a disposizione, così come ricevere attenzione non significa poter ottenere un legame. Quando quella possibilità viene scambiata per un’alternativa concreta, la relazione reale viene svalutata rispetto a un’aspettativa. Il confronto avviene tra una persona della quale si conoscono i limiti e un’alternativa idealizzata, ritenuta migliore ma della quale si vedono soprattutto le qualità desiderabili rispetto ad aspettative ipergamiche sovraalimentate e drogate alla fonte.
Si crea così un’aspettativa che molte donne non riescono ad appagare, perché ciò che imparano a considerare necessario in un uomo è sempre più distante dagli uomini con cui esistono possibilità concrete di costruire qualcosa. È quanto accade parallelamente anche all’uomo al quale vengono promessi successo, denaro e una vita di ricchezze: una condizione soddisfacente gli appare un fallimento se confrontata con ciò che ritiene di dover ottenere dall’esistenza.
L’inappagamento, del resto, è parte del motore dei consumi. Una società che spinge continuamente a cercare di più si alimenta anche di questa insoddisfazione perenne, estendendo la stessa logica alle relazioni. Ecco allora che l’ipergamia trova quindi una funzione straordinaria, quasi ironica: non è più legata alla sopravvivenza dei singoli, ma al mantenimento perpetuo di un sistema economico titanico che trae vantaggio dalla ricerca continua, dalle insoddisfazioni, dai consumi esasperati, dalle aspettative crescenti sempre deluse e dall’atomizzazione degli individui, uomini e donne che siano.
Questa logica ovviamente si insinua nelle relazioni, e la difficoltà di trovare un partner alimenta anche attività e servizi che traggono valore dal protrarsi della ricerca. Social dating, acquisti per innalzare lo status, palliativi esistenziali contro la solitudine. Il vantaggio economico in questo mondo esiste anche quando l’incontro tra uomo e donna fallisce. Dove si guadagna dall’attenzione e dal prolungamento della ricerca, chi trova un partner e smette di cercare interrompe quel flusso; chi resta insoddisfatto continua ad alimentarlo. È un meccanismo perverso ma perfettamente in linea con la società attuale e si sostiene attraverso incentivi che premiano la ricerca continua più del suo compimento, senza bisogno di un intervento top-down volto a impedire alle persone di formare coppie stabili.
Il paradosso è che un meccanismo di selezione del partner finisce così per favorire la mancata scelta. Quando gli standard diventano difficilmente raggiungibili e ogni relazione viene confrontata con possibilità immaginate come migliori, la ricerca ostacola proprio la formazione di una coppia. Quella stessa spinta che in altre condizioni favoriva la sopravvivenza e la riproduzione contribuisce a impedire legami con possibilità concrete di essere stabili, felici e fertili. Il problema poi continua anche dopo la scelta, quando il confronto permanente rende provvisorio e fragile ciò che si è costruito.
E ciò contribuisce anche a fenomeni come il calo delle nascite e l’individualismo crescente, che certamente non dipendono soltanto dall’ipergamia. Per comprenderli occorre considerare molte altre cause, economiche, sociali e culturali. Ma riconoscere questa complessità non significa escludere il peso delle aspettative relazionali e del modo in cui vengono alimentate.
Il risultato è un’insoddisfazione che coinvolge entrambi: donne che vedono tradite le proprie aspettative e uomini che rincorrono standard ai quali non riescono a corrispondere. Nel frattempo, alcune relazioni non nascono e altre vengono compromesse fin dal principio.
Permettetemi una breve incursione nelle esperienze che ho osservato. Mi è capitato di vedere coppie con tutte le condizioni per costruire molto insieme sfaldarsi perché il lavoro di lui non era considerato abbastanza appagante o prestigioso. Non mancavano affetto o possibilità concrete, ma essere, per esempio, un elettrauto non corrispondeva alle aspettative di lei, dei genitori o delle persone che aveva intorno.
Nelle relazioni entra infatti anche il giudizio dell’ambiente: ecco che l’uomo deve soddisfare le aspettative di chi lo sceglie e quelle delle persone davanti alle quali quella scelta viene presentata. In queste situazioni, il partner viene valutato anche per lo status che conferisce a chi lo sceglie. Un uomo è adeguato alla vita che si desidera vivere con lui, ma viene giudicato inadeguato all’immagine che si vuole offrire agli altri. Alla relazione viene chiesto di confermare una posizione in termini di status, dimostrare di aver scelto bene, ottenere l’approvazione dell’ambiente.
È quasi ironico, perché una scelta viene vissuta come profondamente personale mentre è misurata con criteri assorbiti dal contesto. Il giudizio dell’ambiente trasforma una condizione concreta e sostenibile in qualcosa di vissuto come insufficiente. L’ipergamia diventa il punto in cui una disposizione individuale incontra aspettative sociali che continuano ad alzarne la soglia. Questa è una forma di ipergamia disfunzionale come un organo vestigiale che ha perso la sua funzione originaria e si presta a infezioni.
Ma comprendere l’ipergamia è fondamentale e richiede di tenere insieme la disposizione e il contesto: una stessa spinta può favorire un equilibrio in determinate condizioni e contribuire a comprometterlo in altre, trovando comunque una funzione, seppur malata, dentro il sistema che la alimenta. La sua persistenza non implica che continui a produrre gli stessi vantaggi per le persone e per la collettività.
Per questo penso che il discorso sull’ipergamia debba andare oltre il modo in cui viene affrontato abitualmente. Dentro la manosfera la si attacca; fuori, spesso, la si nega, anche da parte di studiosi, accademici, femministe e giornalisti. Si creano così due forze contrapposte, ma in questa contrapposizione manca proprio uno sguardo sulla funzione del fenomeno e su come questa possa essere corrotta dalle condizioni nelle quali oggi si esprime. Sono anni che parlo di questi argomenti e, nel tempo, il mio modo di affrontarli si è inevitabilmente evoluto. Oggi occorre andare oltre la condanna morale e la negazione dei due mondi contrapposti e osservare con obiettività l’impatto sistemico del fenomeno: come una spinta che aveva una propria funzione possa continuare a essere alimentata proprio mentre quella funzione viene compromessa e dirottata verso altri fini.