La giustizia secondo il concetto di Tsedek

Solitamente siamo abituati a pensare il concetto di giustizia come legato ad una legislazione, ovvero a regole dettate dall’alto ben precise, che comportano una sanzione nel momento in cui vengono violate. Se analizziamo il termine prendendo in esame la definizione che ne dà il famoso vocabolario-enciclopedia “Treccani”, troviamo:

“Virtù eminentemente sociale che consiste nella volontà di riconoscere e rispettare i diritti altrui attribuendo a ciascuno ciò che gli è dovuto secondo la ragione e la legge.”

vocabolario treccani

Può capitare però di trovarsi all’interno di situazioni in cui la giustizia comunemente intesa non ci soddisfa a pieno per vari motivi; questo perchè non possiamo pretendere che esistano dei dogmi universali accettabili e condivisibili globalmente da tutti, senza distinzione su base oggettiva. Già il fatto che ogni continente stabilisca normative diverse, non solo in termini di giustizia, ci fa comprendere questo concetto; senza per forza prendere in esame realtà così ampie, anche ad esempio tra regioni alcune prescrizioni differiscono.

A partire da questa riflessione, mi viene da citare Henry Baruk, un famoso psichiatra francese che visse durante tutto il novecento e fu per 30 anni direttore dell’ospedale psichiatrico di Charenton. Baruk durante la seconda guerra mondiale, studiando le fonti relative alle sue origini religiose ebraiche, scopre un principio: quello della Tseh-Dek (Tsedek).

Ogni essere umano è continuamente al centro di relazioni, per tutto l’arco della sua vita. Ognuna di queste ha in sé specifiche aspettative che corrispondono alla sua essenza, ovvero la Tsedek, che altro non è che una “giustizia giusta” che è il compimento dell’aspettativa di queste relazioni.

Tseh-Dek significa correttezza, giustizia, equità, dirittura morale; è un tipo di giustizia che risponde immediatamente ai bisogni umani e rappresenta la garanzia contro ogni forma di assolutismo giuridico. L’esortazione che vuole fare è quella di tenere un comportamento che sia etico in ogni campo, che sia quello della famiglia, degli affari, delle relazioni sociali, in campo politico e, chiaramente, in quello giuridico.

Possiamo identificare la Tsedek come la giustizia giusta per eccellenza, la giustizia dei fatti; l’atto di Tsedek va compiuto con questo preciso scopo con la consapevolezza ferma che ognuno di noi ha l’obbligo morale di venire in aiuto, come facente parte di una comunità, sia a coloro che ci sono vicini ma anche a coloro che sono più lontani.

Partendo da questo principio, Baruk afferma che il nostro concetto moderno di “giustizia” è ingiusto poiché essa si basa su “criteri freddi”. Qualsiasi situazione in cui ci troviamo, sia essa positiva o negativa, legale o illegale, sana o malata, non è mai una situazione pura e pulita rispetto alla quale si possono applicare criteri freddi, enumerati nero su bianco come una classificazione che prevede punti standard.

Secondo Baruk l’unico criterio di giustizia che possiamo applicare e ritenere adeguato alla vita umana è il concetto ebraico appunto di Tsedek; non si tratta di una giustizia logicamente giusta ma che ragiona possiamo dire “con il cuore”. L’idea è che sia i malati di mente che i criminali abbiano un senso di Tsedek: quando si compie il male o si è malati, non si perde il senso della giustizia.

Potrebbe sembrare assurdo e illogico un ragionamento del genere, come se stessimo facendo un discorso che voglia andare a giustificare o rendere legittime anche le azioni più aberranti. Non è così. Proviamo a fare uno sforzo, ad andare oltre il nostro pregiudizio analizzando la questione da un punto di vista il più oggettivo possibile, aiutandoci con un esempio concreto.

Immagina di trovarti in questa situazione: tuo figlio è appena nato, ha solo tre mesi di vita. Inizialmente tua moglie riusciva ad allattarlo e per te questo è stato un sollievo, non siete una famiglia benestante e i vostri genitori, per vari motivi, non possono darvi un aiuto. Da qualche tempo però il latte non è abbastanza, il bambino piange, soffre la fame, ha spesso delle coliche per via del suo stomaco delicato; sei costretto quindi a comprare un latte particolare, che ha un costo molto alto. I soldi non bastano. Il bambino per sopravvivere però deve nutrirsi, non può assolutamente andare sotto-peso. Preso dalla disperazione decidi una sera, passando vicino ad una piccola bottega di paese, di sfondarne il vetro e rubare il latte che serve per tuo figlio. A questo punto la legge secondo i suoi “criteri freddi”, applicando i vari articoli relativi alla questione, etichetterebbe il tuo gesto come un reato.

Ma tu, ricorda, hai agito in questo modo per salvare la vita di tuo figlio. Potrei farti milioni di esempi e prendere in esame altrettante situazioni che dimostrerebbero l’impossibilità di applicare i principi di giustizia in maniera fredda. Spesso viene commesso questo errore, dimenticando che i principi di giustizia possono avere un senso soltanto se applicati a seconda delle circostanze e di un contesto. Applicandoli in maniera fredda, seguendo una regola o un codice, finiamo per comportarci sì secondo tali principi, ma probabilmente in maniera malvagia.

Supponiamo che vieni arrestato e accusato di furto aggravato (considerando i danni alla bottega): possiamo davvero essere certi che la giustizia abbia fatto il suo corso? Sono stati compiuti due atti da parte tua, uno buono (procurarsi il latte per il bene di tuo figlio (un essere innocente che rischia di morire), e uno malvagio (aver sottratto qualcosa a qualcuno in maniera illecita, causando danni al proprietario della bottega che potrebbe avere allo stesso modo problemi economici e una assicurazione che non gli risarcisce a pieno il danno subito, con altre conseguenze). 

Applicando la Tsedek potremmo dire che con quel furto, hai seguito il tuo senso di giustizia proveniente “dal cuore”: salvare tuo figlio.

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