Capire Le Donne

La PASSIONALE SUPERFICIALE: Si innamora dell’amore, mai di te

Oggi vi voglio parlare di un tipo di donna particolarmente insidioso. È passionale, focosa: con lei vi sembra di vivere la relazione perfetta. Tutto scorre perfettamente, come una strada tutta in discesa, e avete l’impressione di aver trovato il vero amore, qualcosa che non avevate mai provato prima, quasi uscito da un sogno. È proprio qui, però, che si nasconde il pericolo. Per restringere il campo e dare un nome a questo archetipo, la definirei la Passionale Superficiale. Passione e superficialità sembrano termini inconciliabili, ma in lei convivono. La sua passionalità è autentica, mentre la superficialità riguarda il modo in cui interpreta ciò che sente. È una donna infelice, o destinata a diventarlo, perché più che della persona si innamora dell’idea dell’amore, della sua estetica, di ciò che rappresenta. Vuole vivere la più grande storia d’amore possibile, fino a confondere la passione e l’istinto con ciò che considera vero.

Quando l’emozione diventa verità

Il cortocircuito comincia quando l’amore viene fatto coincidere con l’impeto interiore, con le sensazioni del momento. Se quelle sensazioni ci sono, allora pensa di essere innamorata. Se mancano, anche l’amore sembra svanire. È un’idea poco cerebrale, affidata all’impulso e alle emozioni viscerali. Eppure, se vogliamo conoscerci e acquisire saggezza, dobbiamo passare continuamente al vaglio ciò che sentiamo. Le emozioni possono tradirci e ingannarci: lo sapevano già i filosofi antichi, che mettevano in guardia dalla tirannia delle passioni, e ce lo confermano oggi gli studi sui bias cognitivi e sulle euristiche, cioè quelle scorciatoie mentali che ci portano a prendere per vero ciò che è solo immediato[1]. Dobbiamo ascoltarle sempre? Per me la risposta è no. Per la Passionale Superficiale, invece, è sì: ciò che sente assume quasi automaticamente il valore di una verità.

Il percorso nella sua testa è più o meno questo: «Lo sento, dunque è vero. Se è vero, devo crederci. Se ci credo, devo seguirlo a tutti i costi». Il ragionamento è fallace perché scambia gli impulsi e la fase iniziale del rapporto per l’apice dell’amore. Tutto ciò che viene dopo appare come un declino, invece di essere una possibile evoluzione. Salta così il passaggio in cui quell’amore potrebbe diventare qualcosa di concreto e stabile nel tempo. Attenzione, però: questo non significa che sia una bugiarda, o almeno non nel senso classico del termine, perché in realtà riesce a mentire sinceramente. Se la cosa vi sembra strana è perché lei segue anzitutto le proprie passioni, ma subito dopo giustifica le sue decisioni post hoc costruendosi un alibi razionale su misura, finendo così per credere lei stessa, per prima, alle proprie bugie. L’archetipo può riguardare anche un uomo, anche se qui parlo di una donna. Sul momento lei è sincera e non mente sulle emozioni che prova. Sbaglia nel dare loro un valore assoluto: un’emozione può essere vera senza offrirci una lettura attendibile della realtà. Se non trova dentro di sé uno spazio per osservarla, interrogarla e riprocessarla, finisce per esserne dominata.

Pensiamo a un esempio banale: una donna lascia il marito dopo una sbandata per il maestro di salsa. Con quest’uomo prova sensazioni nuove e si convince che siano il segno di un sentimento mai vissuto prima. La forza di ciò che sente diventa, ai suoi occhi, la prova dell’amore. Non si chiede se sia soltanto una sbandata, un modo di evadere dalla routine o la risposta a un problema che esiste già in casa. Smette di investire nel rapporto con il marito e punta su una relazione che si trova ancora in una fase completamente diversa. La pulsione viene promossa a sentimento: se desidero qualcuno, allora lo amo. Ma amore e passione non camminano sempre di pari passo.

Che cos’è, allora, l’amore?

Forse oggi ne trascuriamo alcune parti essenziali: la dedizione verso l’altra persona, l’investimento continuo nel rapporto, la scoperta del partner. Amare significa anche esserci quando l’impeto iniziale si assopisce, come normalmente accade. La passione può riaccendersi, certo, ma allora è una passione che abbiamo coltivato. Quella dell’inizio, invece, nasce quasi come una forza incontrollabile. L’amore reale richiede anche una componente più razionale di quanto spesso immaginiamo: a un certo punto diventa un investimento consapevole.

È naturale provare nostalgia per l’inizio di una relazione, soprattutto dopo molti anni insieme. Possiamo ripensare con piacere a quei momenti, ma consegnarci a qualcuno significa anche accettare che certe sensazioni appartengano al passato. Il rapporto si è evoluto e non può restare identico al suo primo giorno. La Passionale Superficiale, invece, vive l’assenza di quelle sensazioni come una menomazione, quasi fosse la prova di non amare più il proprio uomo. Non compie il passaggio verso una relazione fatta anche di investimento, conoscenza e scelta. Le sembra di aver perso una parte di sé e attribuisce quella perdita al partner. La mancanza del fuoco diventa così una sua colpa: «Con te non posso più essere me stessa». È una catena di interpretazioni che nasce da una sensazione e finisce per trasformarla in un’accusa.

Comincia allora a ritirarsi. Toglie una parte di sé alla relazione e la affida a un desiderio sempre più forte: rivivere le sensazioni dell’inizio. Se un altro uomo gliele fa assaporare, o le fa sperare che tornino, pensa che lui possieda qualcosa che il compagno non ha più. Ma spesso è un’illusione. Il nuovo uomo non ha necessariamente nulla di più: si trova soltanto nella fase del corteggiamento, della luna di miele, dell’attrazione pura. Mancano ancora le responsabilità, le mediazioni e le complicazioni che emergeranno più avanti. Quando anche quel rapporto chiederà maturità e impegno, lei potrebbe avvertire di nuovo il bisogno di ritirarsi. Non sempre ne è pienamente consapevole. Intanto, lo stesso modello si ripete e può lasciarsi dietro una serie di progetti fallimentari.

Il bisogno continuo di caos

La Passionale Superficiale rifugge le responsabilità che non rientrano nella sua immagine idealizzata dell’amore. Non riesce ad attraversare la fase in cui l’amore si ricompone e assume una forma diversa. Questo non significa che fugga da ogni relazione difficile. Resta anche in un rapporto doloroso, tossico, pieno di alti e bassi: il dolore e il caos, in fondo, le fanno ancora sentire qualcosa di forte. La difficoltà emerge quando il rapporto richiede ordinarietà, impegno e stabilità. Quella calma per lei è piatta. Per riconoscere ciò che vive come amore, ha bisogno di un turbinio interiore continuo.

Questa ricerca di intensità cambia anche il modo in cui guarda il partner. Più che conoscerlo per ciò che è, lo trasforma nel contenitore di un’immagine. E quando quell’immagine cade, rischia di spegnersi anche il desiderio. Chi rimane impegnato nella relazione attraversa invece un altro percorso: decostruisce l’idealizzazione, ricompone il rapporto e impara a innamorarsi delle diverse versioni del partner che emergono negli anni. È un’evoluzione che si affronta insieme, e diventa molto più difficile quando l’altra persona non riesce a esserne un’alleata.

L’alibi del «seguire il cuore»

Non sto dicendo che la Passionale Superficiale sia incapace di amare. La chiamo superficiale perché non ha mai indagato abbastanza a fondo se stessa: resta alla superficie delle proprie emozioni senza arrivare a capire davvero chi è. Certo, ci sono persone che riescono a interrogarsi e a cambiare. Ma come farlo se ciò che si prova viene trattato come la voce inconfutabile della verità? Se basta «seguire il cuore», perché mettersi in discussione? Qui il cortocircuito può diventare autosabotaggio. Persino decisioni distruttive, capaci di sfasciare una famiglia, possono essere giustificate con emozioni e bias che finiscono per assolvere chi le prende. Così questa donna trova sempre nuovi motivi per darsi ragione, anche quando sbaglia o fa del male, consapevolmente o meno.

Non voglio dipingere un mostro. Parlo di relazioni e di archetipi che possiamo incontrare, e che dobbiamo imparare a riconoscere per capire dove ci troviamo. Se tentiamo di tirare fuori qualcuno dal suo abisso senza comprendere che cosa stia accadendo, rischiamo di esserne trascinati anche noi. Ognuno può decidere se e come restare accanto a una persona che attraversa queste difficoltà, ma almeno deve poter vedere con chiarezza quali sono.

Se passa da una relazione all’altra senza trovare stabilità, questa donna diventa gradualmente più infelice. Ogni storia sembra il progetto definitivo della sua vita, il grande amore, finché non si sgretola all’urto con la realtà. Il punto critico è sempre la transizione che non riesce a compiere: dall’immagine iniziale alla conoscenza del partner reale, dall’euforia all’evoluzione del rapporto. Può idealizzare perfino due anziani insieme da cinquant’anni: «Ecco, si amano ancora, l’amore dovrebbe essere così». Ma quella coppia ha attraversato molte fasi. I due possono ironizzare l’uno sui difetti dell’altra, tollerarsi nelle contraddizioni, affrontare problemi e restare insieme nonostante le difficoltà. Lei, invece, li trasforma nel simbolo mistico di un amore idilliaco. La durata non prova l’esistenza di un idillio immobile: mostra anche la fatica, la tolleranza e la concretezza di un legame che ha continuato a trasformarsi.

Pensiamo ad esempio ad alcune dichiarazioni passate di Belén Rodríguez, quando parlava dell’amore incredibile vissuto con Fabrizio Corona e del desiderio di avere un figlio da lui, per poi averne uno in seguito con Stefano De Martino. In diverse interviste ha raccontato di aver creduto più volte di aver trovato il vero amore, salvo poi scoprire col tempo che non era così. Non intendo dire che incarni per intero questo archetipo, ma in alcuni passaggi del suo racconto si intravede bene il modello che sto descrivendo.

Il castello di carte

Ogni progetto fallito lascia dietro di sé una quota di sofferenza e delusione. Se queste tracce si accumulano, entrano nella relazione successiva sotto forma di rancore, rabbia repressa e fastidio. È un parassita emotivo che, col tempo, può logorare perfino la capacità di sentire la passione iniziale. Si insegue ancora qualcosa che non si riesce quasi più a vivere. Talvolta, per convincersi di provarla ancora, la Passionale Superficiale spinge sull’acceleratore: moltiplica le dichiarazioni d’amore, fa sentire il partner unico e speciale, al centro del suo mondo. Poi l’interesse svanisce in poco tempo. Per chi non conosce le storie precedenti e ciò che lei porta con sé, il cambiamento è spiazzante.

L’intesa e la passione reggono finché riescono ad alimentarsi da sole. Poi arrivano la routine, le difficoltà, la normalità, e il castello si rivela fatto di carte. Se le emozioni sono la misura della realtà, un periodo difficile non viene letto come una fase da attraversare insieme. Diventa la prova che dentro di lei qualcosa si è rotto e che il rapporto non le permette più di essere se stessa. La causa del malessere viene attribuita al partner, mentre rimangono inesplorati i propri stati interiori, il passato e i problemi che possono arrivare dall’esterno. Ogni relazione potrebbe insegnarle molto. Spesso, invece, ne ricava pochissimo. Finché le cose vanno bene tutto sembra funzionare, ma quando smettono di andare bene ci si ritrova con un pugno di mosche.

Questa stessa mancanza di spessore si vede bene anche sui social, dove una persona così tende a esibire molto il proprio amore, a raccontare a tutti la sua storia e a esaltarla di continuo. Sia chiaro: questo non significa che ogni donna che manifesta pubblicamente la felicità della propria relazione sia superficiale. Dico però che questo bisogno di esibizione accompagna spesso l’archetipo della Passionale Superficiale. L’emozione mostrata può essere sincera, anche del tutto sincera, ma resta comunque in superficie: non viene assorbita davvero, non costruisce qualcosa che metta radici. È il paradosso di un amore intenso che può essere lavato via in un attimo senza aver costruito nulla.

L’avvocato interiore e il rifugio nel sesso

Alla lunga, tutto questo produce insoddisfazione. Cerchiamo un senso nella vita e spesso lo troviamo anche nell’amore. Vale per uomini e donne, ma credo che per molte donne la possibilità di realizzarsi in una relazione abbia un peso particolare, anche quando non lo ammettono. Per questo, non riuscire a vivere una relazione appagante può diventare un problema profondo. La Passionale Superficiale può perfino invidiare chi è riuscita a costruirne una, senza voler affrontare l’impegno che quella costruzione richiede. Le delusioni accumulate alimentano rancore e pensieri sempre più oscuri verso se stessa e gli altri. Ed è qui il paradosso: forse proprio lei è tra le persone che desiderano di più una relazione capace di appagarle.

A un certo punto potrebbe dirsi che sta bene da sola, che non cerca nulla e preferisce una vita senza legami. Anche questo, però, diventa un alibi per non lavorare su se stessa. Legge ogni nuova esperienza attraverso lo stesso schema, mentre i bisogni più profondi restano senza parole e senza risposta. È come se avesse dentro un avvocato interiore sempre pronto a giustificarla. Cerca soddisfazione nelle persone e nei luoghi sbagliati. Resta affamata d’amore e prova a saziare quella fame abbuffandosi di sesso o di relazioni veloci. Qui il sesso assume un ruolo centrale, perché diventa il surrogato più immediato dell’intimità che non riesce a costruire. L’intensità fisica, il sentirsi desiderata e il brivido della conquista le regalano per qualche ora l’illusione del coinvolgimento totale, facendole credere di essere ancora viva e desiderabile. Confonde il calore dei corpi con il calore affettivo, usando l’eccitazione come un anestetico per non sentire la solitudine. Ma è come bere acqua salata per calmare la sete: finito il picco del momento, non resta alcun legame reale. Si convince allora che le basti questo, una vita rapida, libera e senza pensieri, mentre dentro desidera tutt’altro. La distanza tra il desiderio reale e la vita che si racconta di aver scelto si allarga: ogni incontro occasionale consuma un altro pezzo di fiducia, la frattura aumenta, il vuoto cresce e, quando torna a cercare una relazione, parte da un’insoddisfazione ancora più profonda.

Conoscere la propria rotta

Senza introspezione, fermare questa discesa è difficile. Lo dico anche alla donna che si riconosce in questi schemi: bisogna lavorare su se stesse, farsi domande, analizzarsi e cercare risposte sincere, senza costruirsi ogni volta un alibi. Sono soprattutto le domande spiacevoli a contare, quelle che ci costringono a riconoscere i nostri autoinganni. Essere in buona fede e credere alla propria sincerità non basta. Anzi, talvolta è proprio questa convinzione a diventare la trappola. Chi riesce a vedere le proprie contraddizioni e a mettersi in discussione ha più possibilità di evolvere e di trovare appagamento in una relazione.

Questo lavoro non garantisce la relazione dei sogni. Le tempeste arrivano a tutti, e non siamo sempre noi a provocarle. Possiamo conoscere la rotta, avere una bussola e tutti gli strumenti per navigare, e naufragare comunque se il mare è troppo agitato. Ma senza conoscere nemmeno la propria rotta si rischia di errare all’infinito, perfino con il mare calmo.

Bibliografia

[1] Cfr. D. Kahneman, Pensieri lenti e veloci, Mondadori, Milano 2012 (ed. or. 2011) e P. Slovic et al., The Affect Heuristic, in European Journal of Operational Research, 2007. Nello studio dei processi decisionali, l‘“euristica dell’affetto” (affect heuristic) e il ragionamento emotivo (emotional reasoning, teorizzato nella terapia cognitiva di Aaron Beck) descrivono la tendenza automatica della mente a usare l’intensità di uno stato emotivo momentaneo come prova oggettiva di verità («lo sento fortemente, quindi è vero»). Già la filosofia stoica antica (cfr. Seneca, De ira; Epitteto, Manuale) individuava l’origine dell’infelicità umana non nelle impressioni immediate (phantasiai), ma nell’assenso acritico concesso a tali impulsi senza sottoporli al vaglio della ragione. ↩ Torna al testo