Sono una DONNA e il 25 novembre NON mi rappresenta

25 novembre we should all feminists

Come ogni anno, si è appena conclusa quella che viene chiamata la “giornata internazionale contro la violenza sulle donne” e, il 25 novembre, come ogni anno, sento che non mi rappresenta affatto. 

A molte persone, soprattutto donne, questa mia affermazione potrebbe far storcere il naso. “Ma come? Una giornata per noi, e tu non ti senti rappresentata?”; “Non hai rispetto per la nostra causa” eccetera, eccetera: posso sentire l’urlo della retorica raggiungermi fin qui, mentre comoda sul divano, sorseggio tè al limone osservando con totale distacco, in tv, le mie “compagne” sfilare con cartelli in lunghi cortei d’ipocrisia. 

Facciamo un passo indietro…

La giornata internazionale contro la violenza sulle donne che si celebra il 25 novembre di ogni anno, viene istituita dall’ONU nel 1999, in ricordo delle sorelle dominicane Mirabal, che nello stesso giorno del 1960 furono deportate, violentate e uccise. Dunque una giornata in loro memoria e più in generale in memoria di tutte le donne che hanno visto violare i propri diritti umani. Una causa nobilissima… finché è durata. Finché non è arrivata lei che tutto inonda e tutto inghiotte fra le acque torbide dei suoi mulinelli: LA RETORICA DELLA PROPAGANDA.

Quando parlo di propaganda non parlo di fascismo o di nazismo, no, anche se, devo dire la verità, ci avviciniamo molto a tale modello. Parlo piuttosto della propaganda che viene promossa dal “nuovo femminismo”, che si prefigge l’obiettivo di lottare contro la violenza, la discriminazione delle minoranze, la tutela delle fragilità altrui… salvo il fatto che queste non riguardino colui che viene definito il male della società: l’uomo; il maschio.

Nella società di oggi l’uomo e più in generale la mascolinità, vengono associati immediatamente alla tossicità. La mascolinità è un male, è tossica, è da estirpare. “Not all man un cazzo” recitava uno dei cartelli che ho visto sfilare oggi.

Not all man

Not all man è uno slogan che sta a significare che non tutti gli uomini sono uguali ma, associato alla frase “un cazzo”, nega il suo stesso significato ribaltandolo. L’affermazione “non tutti gli uomini” creata dal nuovo femminismo tradisce se stessa poiché oggi, dopo gli ultimi fatti di cronaca che vedono protagonista l’ennesimo femminicidio da parte di uno squilibrato, si è deciso che tutti gli uomini sono condannabili.

La gravità e la pericolosità delle affermazioni

Ogni anno, il 25 novembre, mi pongo sempre la stessa domanda: ma com’è possibile eliminare la violenza con altra violenza? 

Sono felice di essere una voce fuori dal coro nell’affermare che non mi sento assolutamente rappresentata da questa giornata. Cartelli, slogan, azioni simboliche contro l’uomo, la mascolinità, che tendono a fare di tutta l’erba un fascio.

Stando alla retorica di questa giornata diventata un teatrino politico sostenuto dalle varie influencer di turno che indossano borse griffate provenienti dai paesi in via di sviluppo, fabbricate e impacchettate dalle stesse donne e bambini che vengono da loro “difesi” — sì, so che qui casco nel banale e nel clichè, ma so anche che questo esempio sentito, trito e ritrito, carico anch’esso di retorica, ben rappresenta l’ipocrisia di certi rappresentanti — dovrei abbracciare un pensiero che investe di male anche quegli uomini che, degni di questo nome, conoscono l’onore e il rispetto verso la donna e più in generale verso l’altro.

No, mi dispiace. Non fa per me. E non dovrebbe fare nemmeno per voi, soprattutto se ci concentriamo sulla gravità di certe affermazioni. Quella in atto, è una vera e propria guerra all’uomo; una caccia alle streghe che ha per oggetto un patriarcato utilizzato come capro espiatorio per tutti i mali della società. Una demonizzazione che condanna gli uomini ad avere paura di essere uomini; ad esulare dalla loro mascolinità a causa del terrore di essere fraintesi.

Proprio oggi leggevo alcuni commenti di ragazzi giovani, sotto ad un post Instagram, che lamentavano questa cosa: il terrore di avvicinarsi ad una qualsiasi ragazza, con buone intenzioni, ed essere fraintesi.

…se tutto ciò non è violenza, come possiamo definirlo allora? 

Uomini, siate politicamente scorretti!

Una delle cose che mi ha colpita di più è stato vedere gli stessi uomini sottomettersi alla retorica diffusa dal nuovo pseudo-femminismo. Davanti agli ultimi casi di femminicidio, ho sentito sempre più uomini affermare: “mi vergogno di essere un uomo”; “chiedo scusa a tutte le donne da parte di tutti gli uomini”; “mi sento responsabile..”

Posso dirlo? Tutto ciò mi fa rabbia. Sono madre di un figlio maschio, per la precisione, e posso affermare con certezza che una delle cose che non gli insegnerò mai è chiedere scusa per colpe che non ha e fatti che non lo riguardano. 

Posso pur sembrare insensibile, ma voglio spegnere i dubbi di chiunque con un semplice esempio: c’è per caso qualche madre che di fronte ad un caso di infanticidio dichiara di vergognarsi di essere madre? NO.

C’è per caso qualche medico che di fronte ad un altro medico che commette un crimine dichiara di vergognarsi di essere medico? NO.

C’è per caso qualche donna che di fronte ad una donna che uccide un uomo dichiara di vergognarsi di essere donna? NO (e vi prego “compagne”, non siate ipocrite).

Mi spiegate allora perché un uomo dovrebbe vergognarsi di essere tale? Questa affermazione non solo è pericolosamente tossica ma, per giunta, non ha alcun senso logico. Se non quello di martirizzarsi per il nulla cosmico. 

We should all be… aspetta un attimo.

Il 25 novembre e il nuovo pseudo-femminismo non mi rappresentano poiché sono il teatro di uno spettacolo marcio che vede gli attivisti del politically correct cavalcare l’onda delle tragedie per colmare i vuoti della propria esistenza. 

Lottare per qualcosa, da sempre, ci fa sentire vivi. Lottare per qualcosa che sentiamo nel profondo è un gesto nobile, che ci smuove la pelle plasmandola attraverso cause profonde. 

Non è la lotta in sé che è sbagliata, ma il modo.

Lo slogan principale del femminismo moderno è questo:

Ma ha davvero senso? Ha davvero senso compattarsi per fare fronte comune nella lotta psicotica di genere? Ha davvero senso pretendere la resa dell’uomo, colui che deve abbassare la testa e accettare di farsi chiamare violento, cattivo, omicida, stupratore, eccetera, anche laddove non sussiste ragione?

Femminismo o nazismo?

Più che femminismo, quello che vedo somiglia al nazismo. Una massa che vuole abbattere un fantomatico patriarcato e che, per farlo, getta in pasto alle fauci del suo tritacarne qualsiasi cosa contenga la parola “uomo”.

Non importa chi tu sia, se non la pensi come noi, sei fuori. Sei fuori, sei misogino, non capisci nulla, devi rimanere in silenzio, censurato, zittito, ghettizzato, stigmatizzato. E so per certo, purtroppo, di non esagerare nelle mie affermazioni.

NO AL FEMMINISMO, Sì ALL’ESSERE UMANI

A mio avviso, giornate come quella del 25 novembre, avrebbero senso solo se ci fosse coalizione. Coalizione fra uomo e donna, una lotta unita contro la violenza. Punto.

So che qualcuno dissentirà dicendo: “ma la giornata è dedicata ALLE DONNE”; certo, lo è. Ma allora perché è stata trasformata in altro in primis dalle donne stesse? Perché invece di utilizzare la memoria storica per creare alleanze, viene utilizzata come pretesto per creare fratture e strappi profondi nel tessuto sociale?

Perché, una giornata che dovrebbe celebrare la NON VIOLENZA, giustifica invece l’intolleranza violenta contro il sesso opposto? 

Per quanto affascinante e ricca di romanticismo, non siamo più nell’epoca delle rivoluzioni del ‘68. Le lotte femministe di quei tempi sono vecchie, non servono più a nulla. Al giorno d’oggi abbiamo un presidente del consiglio donna (e questo la dice lunga e fa riflettere su quanto sia ancora permeato nella società il patriarcato), a nessuno interessa dei peli dipinti di blu sotto alle ascelle e chissene frega se ogni tanto ci si fa crescere il baffetto per un motivo X.

La nostra società avrebbe bisogno di un fronte comune aldilà del genere. Dovremmo tornare ai villaggi, al senso di comunità, di coesione e collaborazione. Solo così potremmo discutere insieme di modi davvero efficaci per contrastare certi fenomeni e attuare misure anti-violenza.

La deriva, così come gli squilibrati, è figlia del collasso, figlio a sua volta di una frattura sempre più insanabile. 

Autore

Una risposta

  1. È un articolo meraviglioso. E il fatto che sia una donna a scriverlo vale anche doppio. Grazie di cuore per l’onestà intellettuale, l’equilibrio di giudizio e per il prezioso contributo.
    Per migliorare le cose c’è bisogno di donne e uomini che sappiano pensare con la propria testa e che non si lasciano narcotizzare da questa propaganda tossica imperante.

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