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Una Sola Mascolinità – Perché Immanuel Casto fa il gioco della cultura antimaschile

Mascolinità

Prima parte di Vincenzo Moggia

Immaginate iniziare un articolo su un tema qualsiasi – in questo caso la mascolinità – sottolineando che di esso non ve ne può fregare di meno. Ci è riuscito Manuel Canu, in arte Immanuel Casto, personaggio nato come cantautore parodistico, cresciuto come autore di giochi, arrivato poi all’attivismo: quello “LGBTQI+” soprattutto, ma non solo.

Casto si è infatti speso in varie dirette e eventi sul tema del femminismo e della “uguaglianza di genere”, dove ha espresso posizioni apparentemente moderate e non antimaschili, ottenendo così credito in quella fetta di autori e di pubblico che si occupa di questione maschile e “antisessismo”.

E in questi tempi in cui il dibattito è molto acceso, alcuni sembrano pensare che chiunque dica qualcosa di anche solo lievemente meno radicale rispetto al cecchettiniano “tutti i maschi devono fare mea culpa e farsi rieducare” possa essere considerato un’àncora di salvezza, un alfiere della questione maschile. Ma è un grave errore.

Specie se l’alfiere in questione è Casto, che per propria ammissione della mascolinità se n’è sempre sbattuto – l’articolo, Sulla decostruzione della mascolinità1, comincia infatti così (corsivi nostri qui e nel seguito): «Voglio parlare di un argomento di cui non mi è mai interessato nulla: la mascolinità. … Vivo in una casa rosa, circondato da action figure delle Guerriere Sailor».

E ancora, l’autore ci tiene a rimarcare che a lui della mascolinità interessa zero e non vi attribuisce alcun valore: «Da bambino non avevo una reale comprensione del concetto di genere sessuale … Con la crescita e lo sviluppo ormonale, ho … iniziato ad aderire, sia esteriormente che interiormente, a un’immagine canonicamente maschile … questo processo di mascolinizzazione non rappresentava per me un valore».

Articolo di Manuel Cuni (Immanuel Casto)

La mascolinità è un insieme di valori e atteggiamenti storicamente più frequente tra gli uomini che tra le donne, e prevalente all’interno della popolazione maschile rispetto ad altri insiemi valoriali.

La mascolinità secondo Casto

Quella confusione provata da bambino Casto forse non l’ha mai risolta del tutto, visto il modo in cui definisce la mascolinità: «un insieme di valori e atteggiamenti storicamente più frequente tra gli uomini che tra le donne, e prevalente all’interno della popolazione maschile rispetto ad altri insiemi valoriali».

Ogni ragionamento dipende dalla validità delle sue definizioni e premesse: se queste sono sbagliate, il resto del ragionamento sarà solo una ramificazione e magnificazione di errori.

Per Casto la mascolinità è una “immagine” percepita, un “insieme di valori e atteggiamenti”, e ha una consistenza storica, e contingente: come a dire, ad oggi questo set di valori è, incidentalmente, “più frequente” tra gli uomini che tra le donne, ma domani chissà; e “prevalente” tra gli uomini rispetto ad “altri” insiemi di valori, come se la mascolinità fosse lo stesso tipo di cosa, ad es., dell’utilitarismo morale o del pacifismo, e un domani potremmo scoprire che nella popolazione maschile è diventato prevalente il confucianesimo, invece della mascolinità.

Sembra quasi che ci si possa tesserare alla mascolinità con una quota annuale, o firmare per aderirvi, come un manifesto politico, o convertirsi ad essa come a una fede.

Problema: se la mascolinità è meramente l’adesione a un “set di valori e atteggiamenti” per puro caso “prevalente” nella popolazione maschile, cos’è secondo Casto la “popolazione maschile”? Un partito, una chiesa? La decide la maggioranza con un sondaggio?

In termini tecnici, in particolare della filosofia analitica, questo è detto errore categoriale2 (ma va bene anche “bojata pazzesca”): la confusione tra due tipi di entità o concetti che tra loro hanno poco a che fare ma che vengono trattati su uno stesso piano.

Questo procedimento può avere una sua utilità nella scrittura poetica o in altri prodotti artistici, come la raffigurazione di un topo o un maiale che parla, guida, va a lavoro in fabbrica; ma se si vuole basare un ragionamento serio su un errore categoriale, si fanno disastri, o alla meno peggio si finisce per girare a vuoto e confondere le idee pure agli altri.

Cos’è realmente la mascolinità

La mascolinità, infatti, non è una categoria morale, né storica: è una categoria naturale. Essa è l’insieme di caratteristiche, fisiche e comportamentali, tipiche dell’insieme degli individui di sesso maschile.

Questa tipicità è strettamente legata alla conformazione naturale e biologica: non la si decide con un sondaggio o un’indagine storica, ma per via empirica, e si riflette in quello strumento predittivo incredibilmente efficace che si chiama “stereotipo di genere”, forgiato nella struttura cognitiva di uomini e donne dalla storia evolutiva3

Casto giustifica così la propria definizione: «per me funziona perché non implica che tutti gli uomini aderiscano a quell’idea di mascolinità, né esclude che delle donne vi possano aderire».

Ma non c’è bisogno di commettere un errore categoriale per ottenere un analogo risultato: infatti, anche mantenendo la mascolinità nel suo piano corretto di categoria naturale, si osserva che la tipicità ha una distribuzione “a campana”, per cui esistono certamente uomini più e meno marcatamente mascolini (e donne più e meno femminili), fino a uomini con tratti femminili e donne con tratti mascolini, sebbene decisamente poco numerosi, eccezionali.

Il “genere” come libera adesione a un arbitrario insieme di valori

Da questo errore iniziale deriva tutta una ramificazione di altri errori e brancolamenti nel buio di Casto man mano che prosegue nel ragionamento – e non ce ne fregherebbe niente, se nel far ciò il simpatico attivista arcobaleno non si portasse dietro tanti altri, ammaliati dalla sua apparente difesa della mascolinità.

Ad esempio, subito dopo procede fornendo cinque «valori tra quelli tradizionalmente maschili» e tra questi elenca al primo posto la “forza”, definita come «avere un corpo resistente, capace di sopportare dolore e fatica»: ma “avere un corpo” fatto così e colì palesemente non è un valore, bensì un fatto empirico, verificabile e misurabile.

Segue al secondo posto il “coraggio”, definito come «capacità di affrontare pericoli e sofferenze», non accorgendosi che tale “capacità” (ma non era un “valore”?) è strettamente, causalmente vincolata al “valore” precedente, la forza.

Lui stesso indica, tra i vantaggi che derivano dall’aderire al “valore forza”: «riduce il timore di aggressione, amplifica la capacità di svolgere lavori faticosi e di proteggere gli altri».

Con un minimo di attenzione si vede bene che in queste righe c’è una sovrapposizione e confusione continua: il “valore” forza “riduce il timore”, cioè dà coraggio – ma quello è il secondo “valore”; rende “capace di sopportare dolore”, che equivale a dire “capacità di affrontare sofferenze”, che però sta pure dentro l’altro “valore”, ecc.

Può sembrare un errore innocuo. Ma se vi si indulge senza accorgersene, esso causa altri errori a cascata che, arrivati in fondo, non si riconosceranno come tali.

Ad esempio, su queste basi ci si potrebbe convincere che non fa alcuna differenza se, in determinati compiti essenziali alla società che richiedono resistenza, capacità di sopportare dolore e fatica, e un timore ridotto, è indifferente che ci siano uomini o donne, basta che chi li svolge “aderisca a questi valori” e siamo a posto.

O, andando ancora più a fondo nell’errore, che non fa alcuna differenza se a partorire sia un uomo o una donna, basta che sia qualcuno che aderisce al “valore” della “capacità di essere incinti”.

Ora sarà chiara la magagna di fondo: Casto basa il suo ragionamento sull’ideologia dei “generi” (ipostatizzata già nel “Donne non si nasce, lo si diventa” di Simone De Beauvoir), secondo la quale mascolinità e femminilità non sarebbero fatti naturali, bensì fenomeni puramente storici e sociali, arbitrari e convenzionali, e pertanto “autodeterminabili” a piacere.

Ma su queste fondamenta non si può costruire niente di buono.

La confusione tra realtà naturale e ambito morale

Casto vorrebbe smontare la tesi secondo cui ogni male della società moderna scomparirebbe se gli uomini si impegnassero a “decostruire” la mascolinità. Critica giusta (l’abbiamo fatta anche qui con gli articoli sui “gruppi di autocoscienza maschile”4), ma con premesse e ragioni totalmente sbagliate. In realtà, la mascolinità non si può “decostruire” perché è un dato naturale, come la gravità o la combustione, e non un fatto sociale convenzionale.

Certo, essa ha diverse espressioni, diversi codici attraverso cui si può “vestire” socialmente, e queste espressioni e questi codici possono cambiare di persona in persona e in base al contesto culturale: ma nell’equazione va mantenuto il fattore del dato naturale, che è innato e fisico e che, in qualunque contesto sociale, rimarrà comunque in determinati range di parametri fisici e comportamentali, ineliminabili.

Se si dimentica questo, ci si perde nei meandri dell’ideologia gender.

Casto infatti prosegue dicendo che questo “insieme di valori” che per lui sarebbe la mascolinità “tradizionale” può produrre tanto effetti positivi quanto effetti negativi, e che quando il discorso femminista parla di mascolinità “tossica” sta parlando degli effetti negativi: «La possibilità è nel singolo. Se vediamo un uomo muscoloso, possiamo supporre che abbia forza e resistenza, ma non possiamo dedurre automaticamente che aiuterà gli altri o svolgerà lavori di fatica. Allo stesso modo, non possiamo affermare che abbia tendenza a prevaricare. Su larga scala, però, se un ampio campione di persone aderisce a questi valori, osserviamo concretizzarsi sia gli effetti positivi che quelli negativi».

Qui l’effetto della confusione categoriale si dispiega ampiamente, collegando su uno stesso piano gli aspetti naturali (“muscoloso”, “abbia forza e resistenza”) con quelli morali (“aiuterà gli altri”, “abbia tendenza a prevaricare”).

Ma mentre gli aspetti naturali si possono correttamente attribuire, come tipicità media, all’intera popolazione che li condivide, l’ambito morale pertiene solo all’individuo e la propria responsabilità nelle effettive scelte di vita e condotte.

Detto in soldoni: si può correttamente dire, e verificare nei fatti, che la popolazione maschile ha mediamente più forza e resistenza di quella femminile, o una tendenza a preferire certi ambiti lavorativi piuttosto che altri; mentre non c’è legame causale diretto tra l’“aiutare gli altri” o la “tendenza a prevaricare” e l’essere maschi o femmine.

In patente autocontraddizione

La confusione sfocia in autocontraddizione più avanti, dove Casto scrive: «se un gruppo di donne assume lo stesso set di valori, ottiene sì gli effetti positivi, ma – sui grandi numeri – emergono anche effetti negativi. … le dinamiche di violenza tribale si ripropongono perché derivano da quell’impianto valoriale e morale, indipendentemente dal genere».

Ma Casto caro, sei tu che finora hai detto che la mascolinità è un “insieme/impianto valoriale” che ha, in quanto tale, sia effetti positivi che negativi. Se ora butti il tuo castello di carte all’aria, si torna punto e a capo: cos’è allora il “genere”, da cui l’impianto valoriale e morale sarebbe “indipendente”?

Casto prosegue interrogandosi sulla fattibilità della “riforma” del “modello tradizionale di mascolinità” voluta dai femministi decostruzionisti, e giustamente sottolinea che l’ambito valoriale di un individuo non è permeabile alle volontà e pretese altrui; e che, sostituendo un modello valoriale ad un altro, si otterrebbero comunque effetti positivi e negativi, perché non esiste un modello perfetto e che garantisca la società ideale.

Tutto giusto, ma stiamo parlando di nuovo del piano morale, non di mascolinità.

Infatti Casto incorre di nuovo, inevitabilmente, in contraddizione: «Quello che si può fare, è chiederci cosa sia una mascolinità sana e come educare ad essa».

Ma Casto caro, questo è esattamente ciò che vuol fare il decostruzionista: identificare un “insieme di valori e atteggiamenti” come “mascolinità sana” in contrapposizione a quella “tossica”, decidere che dalla prima usciranno fiumi di latte e miele e che la seconda è la radice di tutti i mali della società, e quindi operare per “rieducare” tutti gli uomini alla prima “decostruendo” la seconda.

Tanta strada, per accorgerti di aver fatto solo un giro a vuoto! 

Il genere umano come libera adesione a un arbitrario insieme di valori

E per arrivare a un consiglio banale da pagina di autoconsapevolezza new age: «significa dire a un giovane uomo che non deve aderire in maniera monolitica a quell’insieme di valori, ma può scegliere quelli che rispecchiano la sua personalità».

Bella scoperta: questo è semplicemente il cammino di crescita che ciascun individuo, uomo o donna, deve fare (e farà a prescindere), valutando e sperimentando vari modelli nella ricerca di sé.

Tutto questo con la mascolinità non ha niente a che fare: essa è una categoria naturale, ci si nasce dentro e la si incarna volenti o nolenti.

Casto avrebbe potuto dire: “un giovane uomo non deve aderire in maniera monolitica all’umanità, può scegliere l’insieme di valori degli Artropodi, o dei Passeracei, o qualsiasi altro rispecchi la sua personalità” e la frase avrebbe avuto la stessa quantità di senso (cioè zero).

E non sorprende, difatti, che nella “comunità LGBTQ” e nell’accademia woke esista già la componente furry/therian (soggetti che, in vario modo e livello, definiscono il proprio “genere” in base a modelli animali).

La misandria agghindata da difesa della mascolinità

Non c’è spazio per un discorso dettagliato su cosa significhi invece una pedagogia attenta alla mascolinità, ma uno dei suoi compiti è proprio quello di sottolinearla, aiutando il discente a rispettarla e apprezzarla in quanto tale, in quanto dato naturale (rispettando e apprezzando al contempo il suo opposto e complementare, la femminilità), e trarne il massimo giovamento per il bene proprio e della comunità.

Cosa che Casto, nella sua impostazione, non può fare proprio come non possono fare i femministi decostruzionisti, negando la natura della mascolinità e confondendola con aspetti morali.

Questo ha due principali conseguenze: 

1) come abbiamo visto, Casto fa un giro a vuoto per finire a predicare esattamente ciò che era partito a criticare: la mascolinità “tradizionale” viene colpevolizzata in quanto tale (sia pure solo in parte e non in toto come fa la femminista da TikTok), per gli “effetti negativi” della sua parte non “sana”, e dev’essere rieducata, dicendo ai giovani che possono autodeterminarsi il proprio “genere” a piacere («la mascolinità sana è una mascolinità libera e consapevole»). Nulla di diverso, fin qua, da quello che dice l’ideologia gender5 e dai decostruzionisti dei “gruppi di autocoscienza maschile”, che Casto apparentemente dice di star criticando.

2) In un simile frame ideologico, ciò che viene riconosciuto come “effetti positivi” della mascolinità è definito in sostanza come il risultato del percorso di crescita e autoconsapevolezza dei singoli e delle loro scelte valoriali, percorso che pertiene a tutti, uomini, donne, perfino ad altri animali addestrati o a tecnologie e intelligenze artificiali (e infatti, agli “insiemi di valori” positivi scelti “liberamente e consapevolmente” chiunque può aderire, dice giustamente Casto, pure le donne).

Questo castra alla radice ogni possibilità di riconoscere un senso positivo qualsivoglia alla mascolinità in quanto tale, quale dato naturale.

Se ciò che di buono c’è nella mascolinità è un puro arbitrio che dipende dal mio percorso di crescita e di maturazione come individuo, che può fare pure una donna, la mascolinità reale, quella in cui sono nato, il dato fisico e sessuale di essa nel suo complesso, rimane svuotata di ogni possibile positività e apprezzabilità intrinseca.

Questo ha un nome: misandria, sia pure in una forma apparentemente più gentile del solito. Significa negare la realtà naturale maschile, e pretendere dagli uomini qualcosa che non potranno mai essere, ovverosia sottolineare che il maschile può essere apprezzato e celebrato solo se arriva a fare le scelte valoriali ritenute corrette da quelli che hanno capito tutto sulla mascolinità (tipo femministi decostruzionisti e attivisti arcobaleno come Casto), e in base agli “effetti positivi” che porta.

Mai in quanto tale, per quell’insieme di caratteristiche, doti, peculiarità che sono innate e tipiche del maschile, e portano un contributo insostituibile alla società, che nessun insieme di donne potrebbe mai portare, a prescindere da quale “insieme di valori” adotti (lo stesso vale, mutatis mutandis, per la femminilità).

Conclusione

Tutto ciò senza nulla togliere a quella forbice, minoritaria, di individui che cascano nelle distribuzioni a lato della “campana”: che hanno la stessa dignità di chiunque altro e possono ugualmente apportare un contributo positivo alla società, ad es. possono incarnare un tanto più brillante esempio delle proprie peculiarità maschili o femminili, se decidono di interpretarle fieramente.

L’unica cosa di cui non si sente il bisogno sono quegli uomini, scarsamente mascolini ma anche misandrici, che decidono di abbracciare queste ideologie velenose così contribuendo all’affossamento del maschile e alla sua femminilizzazione (pardon, “adesione a insiemi valoriali e atteggiamenti più frequenti tra le donne”).

Casto ne parla così: «quel che sto per dire potrebbe benissimo essere frutto del mio bias di conferma: noto che spesso gli uomini che dichiarano pubblicamente di stare molto meglio da quando si sono decostruiti non incarnano particolarmente bene lo stereotipo dell’uomo virile».

No no, Casto caro, non è il tuo bias, è proprio così: questi decostruzionisti femministi sono banalmente dei senzapalle.

E torniamo a ripetere: oggi più che mai c’è bisogno di un nuovo machismo. Veri uomini, la società ha ancora bisogno di voi.

Seconda parte di Aldo Petrillo

Introduzione

Ci risiamo. L’ennesimo articolo che cerca di parlare di mascolinità. Questa volta, devo darne atto: Manuel Cuni (aka Immanuel Casto) non mostra l’intento di attaccarla a tutto spiano, ma di discuterne. 

Da una parte, il suo articolo può funzionare come un Cavallo di Troia: inserisce un argomento scomodo e tabù nel mainstream, bypassando le barriere del politicamente corretto pronte a respingerlo. Dall’altra, però, il rischio è presentare una versione annacquata, inoffensiva e accettabile, ma fondamentalmente falsa, di ciò che la mascolinità è realmente. 

In questa analisi, mi concentrerò principalmente sulla definizione di mascolinità in modo reale e coerente, utilizzando l’articolo di Cuni come mezzo di paragone critico allo scopo.

Facile da vedere, difficile da descrivere

La complessità della mascolinità è una questione di distanza focale. Se osserviamo il David di Michelangelo da molto vicino, ci perdiamo nella complessità delle inserzioni muscolari, delle vene, della grana del marmo. Vediamo il dettaglio tecnico, frammentato e granulare. Ma se arretriamo, facciamo zoom out, la figura emerge nella sua totalità intelligibile: un bambino, vedendolo, direbbe semplicemente “è un uomo forte”.

Allo stesso modo, se analizziamo la mascolinità al microscopio, le sue declinazioni appaiono infinite e complesse. 

Eppure, in un uomo, essa risulta immediatamente riconoscibile attraverso una sintesi intuitiva delle qualità che la compongono. Le donne non sono analiste accademiche, ma possiedono generalmente una propensione innata a essere attratte da uomini che incarnano la mascolinità, pur senza saperne elaborare trattati teorici.

L’approccio che avremo è dunque tecnico. Non intendiamo scoprire qualcosa di ignoto, ma analizzare razionalmente ciò che appartiene alla struttura profonda dell’umanità e che è sempre stato percepito come un dato di fatto. 

Neghentropia

La mascolinità è, nella sua essenza, neghentropia: un principio d’ordine che si oppone attivamente alla naturale tendenza al caos. 

Ogni sua singola caratteristica serve a questo duplice scopo:

  • Difesa della Struttura: proteggere il sistema dall’entropia esterna (minacce ambientali e nemici) e da quella interna (disgregazione sociale e perdita di coesione).
  • Persistenza Temporale: assicurare la continuità della specie attraverso la codifica di norme, archetipi e simboli che sono la diretta emanazione della sua essenza emergente.

Capire questo significa smettere di discutere in termini morali o ideologici e iniziare a ragionare in termini sistemici. Non su cosa “dovrebbe essere” la mascolinità, ma su perché esiste la mascolinità.

Logica a catena: “Perché”, “Come”, “Cosa”

I discorsi sulla mascolinità falliscono perché ne fraintendono la direzione e la funzione fondamentale. Cercano di definirla concentrandosi sul “Cosa” (l’essenza) prima di comprendere il “Perché” (la funzione). 

Solo una volta chiarito il “Perché”, si può procedere al “Come” (la modalità). 

È il “Come” attraverso cui si raggiunge il “Perché” a determinare e modellare il “Cosa”. 

Perché ⇒ Come ⇒ Cosa

Seguendo questa sequenza logica a catena si può comprendere la mascolinità e tracciarne chiaramente i contorni concettuali.

Nessun fenomeno funzionale può essere compreso se lo si isola dal problema che è nato per risolvere.

Il Perché (la funzione)

Tutto parte dalla Funzione. In natura, nulla esiste senza un senso economico-evolutivo. 

L’evoluzione è casuale nei suoi mutamenti, ma ferocemente sensata nei suoi esiti: ogni tratto è una risposta adattiva a un problema di sopravvivenza o riproduzione.

Prima di chiedere “Cos’è la mascolinità?”, dobbiamo chiedere: “A quale problema ancestrale la mascolinità è la soluzione?”.

La risposta risiede nella necessità di contrastare l’entropia ambientale, garantire la sicurezza perimetrale e procurare risorse in ambienti complessi e ostili. 

Il Perché viene sempre prima. È lo scopo sistemico, il vincolo evolutivo, la pressione ambientale che rende necessaria una certa configurazione di azioni e comportamenti. 

Sia chiaro: non vi è alcuna deriva teleologica. Non esiste finalismo, ma solo l’azione del principio neghentropico a governare questa dinamica di resistenza alla disgregazione. Finché questo non è chiaro, ogni definizione di mascolinità resta arbitraria, opinabile e ideologica.

Il Come (la modalità)

Il “Comeè l’insieme di modalità che, date certe condizioni ambientali, massimizzano la probabilità che il “Perché” venga raggiunto. 

Qui la mascolinità smette definitivamente di essere un concetto identitario e si rivela per ciò che è sempre stata: una modalità d’azione.

Se il “Perché è la sopravvivenza e la difesa del gruppo in ambienti instabili e ostili, il “Come” non può che assumere forme coerenti con quel vincolo. 

Da questo punto di vista, le qualità comunemente associate alla virilità — forza, autocontrollo, determinazione, capacità di affrontare il pericolo — sono mezzi funzionali a svolgere compiti specifici in contesti ad alta pressione. 

La forza serve perché senza forza il controllo del perimetro fallisce. L’autocontrollo serve perché la forza senza freno diventa una minaccia interna. Il coraggio serve perché ci sono momenti in cui l’unica alternativa al rischio è la dissoluzione della struttura.

Ed è qui che si compie il passaggio decisivo. Il “Come”, quando si dimostra efficace, viene reiterato. Quando viene reiterato, si stabilizza. Quando si stabilizza, viene trasmesso. E ciò che viene trasmesso nel tempo diventa l’essenza.

Il Cosa (l’essenza)

Quello che chiamiamo “mascolinità” come insieme di tratti riconoscibili non è la causa, ma l’esito. È la forma che una funzione assume quando una certa modalità di risoluzione del problema si dimostra sufficientemente efficace da durare. Il “Cosa” non guida il sistema; è la traccia della sua esistenza.

In altre parole, le caratteristiche della mascolinità non sono il punto di partenza su cui ragionare, ma il risultato visibile di una lunga catena causale che dobbiamo svelare.

Chi cerca di definire la mascolinità partendo dal “Cosa” (l’essenza) sta guardando l’ombra sulla parete invece dell’oggetto che la forma. L’ombra può allungarsi, deformarsi, spezzarsi a seconda della luce, ma non spiega mai la natura della fonte.

Comprendere cosa gli uomini hanno dovuto essere per decine di millenni ci permette di focalizzarci sulle caratteristiche che costituiscono la mascolinità.

Definizione della Catena

La mascolinità è la risultante di specifiche caratteristiche bio-psico-sociali modellate da modalità d’azione funzionali, nate con l’obiettivo di adempiere a una necessità sistemica di sopravvivenza e ordine. Essa non rappresenta un’astrazione ideale, ma l’esito visibile e il “sedimento” di strategie evolutive che si sono dimostrate efficaci nel tempo per proteggere la struttura sociale dalle minacce e dalla naturale tendenza al caos.

La mascolinità è stata una risposta funzionale a problemi concreti: scarsità, pericolo, competizione, protezione del perimetro, continuità nel tempo.

Homo Sapiens

L’Homo Sapiens esiste da circa 300.000 anni, preceduto da una lunga linea di ominidi e mammiferi; ne consegue che certe caratteristiche necessarie per non soccombere alla spinta dell’entropia ambientale, siano radicate da millenni. 

La mascolinità è la sintesi di un ampio spettro di caratteristiche funzionali alla preservazione della struttura nello spazio-tempo. Caratteristiche che sono state vitali per l’umanità per ere intere, prima di essere percepite — nell’attuale e brevissima parentesi storica — come obsolete o problematiche.

Evoluzione della Mascolinità

La trasmissione della mascolinità è un processo di co-evoluzione complesso. Dobbiamo smettere di osservare natura e cultura come entità separate che lottano per il primato. La realtà è più profonda: la cultura non è separata dalla biologia, ma l’estensione finale che la biologia stessa ha forgiato per garantire la propria persistenza.

È un feedback loop immodificabile. L’evoluzione non seleziona solo l’uomo dotato di tratti psico-fisici superiori, ma premia le strutture sociali capaci di preservare e amplificare quei tratti attraverso le generazioni. 

Gli uomini che possedevano i drive biologici necessari alla protezione, alla conquista e all’organizzazione dell’ordine anti-entropico non si sono limitati a sopravvivere; hanno codificato la propria superiorità funzionale in norme, miti e gerarchie. Hanno creato la cultura per proteggere il seme della propria biologia.

Questa fusione crea una legge universale: ciò che chiamiamo “mascolinità tradizionale” è in realtà il deposito di ciò che ha funzionato per millenni sotto la pressione selettiva. 

Quando un sistema di pensiero o una struttura sociale rinforza i tratti virili — la propensione al rischio, la protezione del perimetro, la disciplina del gruppo — non sta semplicemente “educando”. Sta validando un meccanismo evolutivo che ha già dimostrato di poter resistere contro il caos primordiale.

Se una cultura smette di alimentare i drive biologici maschili, quella cultura collassa perché priva la biologia della sua interfaccia d’azione. 

Al contrario, gli uomini che incarnano questi tratti diventano i nodi centrali di una rete sociale che si auto-alimenta: la loro mascolinità spinge per la creazione di una cultura forte, e quella cultura seleziona e premia i maschi capaci di sostenerla.

Senza Ordine, non c’è civiltà. Senza Mascolinità, non c’è Ordine.

Mascolinità: le caratteristiche

Ora che la catena causale è chiara, possiamo finalmente descrivere le caratteristiche che definiscono l’essenza della mascolinità. Per farlo, è utile attingere a una tassonomia proposta da The Way of Men6 di Jack Donovan. Forza, Coraggio, Maestria e Onore. 

  • Forza: è la virtù fondante. Senza la capacità fisica di esercitare la propria volontà sull’ambiente e sugli avversari, un uomo è un problema per il gruppo. Non è solo metaforica: è la potenza cinetica reale. Nell’ordine naturale, la debolezza non evoca compassione, ma invita all’aggressione; la forza, al contrario, agisce come deterrente primario, insuperabile bastione a difesa del perimetro.
  • Coraggio: è la volontà di rischiare la propria integrità fisica per il bene del gruppo, per affermare la propria posizione o per non soccombere ai pericoli. L’uomo coraggioso non è l’incosciente privo di timore, ma colui che, maturata la consapevolezza della paura, impara a metabolizzarla e a convertirla in azione. È la capacità tecnica di assumersi il rischio quando il costo dell’inazione sarebbe fatale alla struttura.
  • Maestria: il possesso e il dominio assoluto della competenza. Un uomo tecnicamente risoluto cessa di essere un semplice individuo per divenire asset fondamentale del gruppo. È la capacità di risolvere problemi complessi sotto pressione, di conoscere i propri strumenti e di saper manipolare la realtà esterna per piegarla agli scopi della struttura.
  • Onore: è la reputazione tra pari. Rappresenta la lealtà e il rispetto delle gerarchie interne. Un uomo ha onore quando gli altri uomini del gruppo sanno, per certo, di poter contare su di lui. Non è un’auto-attribuzione: è il gruppo che gli riconosce le caratteristiche su cui fare affidamento e che, di conseguenza, ne eleva la posizione. L’onore è la misura della tua validità all’interno del perimetro: se tradisci l’affidabilità, perdi l’onore; se perdi l’onore, perdi il tuo posto tra gli uomini.

A queste virtù tattiche, integriamo i cinque pilastri fondamentali della mascolinità cognitiva: autocontrollo, autodisciplina, coerenza, razionalità, consapevolezza.

  • Autocontrollo: è il dominio della mente su impulsi ed emozioni. È la facoltà che permette di analizzare e agire secondo una volontà precisa, anche sotto la pressione di stress estremo. L’autocontrollo impedisce all’emotività di dirottare il giudizio, garantendo che ogni decisione resti una scelta ponderata e non una reazione impulsiva. Dove manca autocontrollo, l’uomo diventa prevedibile nel senso peggiore: reattivo, manipolabile, pericoloso per sé e per gli altri.
  • Autodisciplina: è la capacità di adottare, con costanza e determinazione, comportamenti, abitudini e atteggiamenti strutturati e regolati allo scopo di raggiungere obiettivi specifici sul lungo termine.
  • Coerenza: è la stabilità del comportamento che rende l’uomo affidabile e, di conseguenza, prevedibile in senso buono per i suoi alleati. Essi ne riconoscono la solidità del pensiero; le sue parole acquisiscono credibilità e danno forma a concetti rilevanti proprio in virtù di regolarità e senso.
  • Razionalità: è la capacità di analisi logica e critica della realtà. Permette di identificare i nessi causali e la struttura essenziale dei fenomeni in modo obiettivo. Agisce come uno scudo contro le distorsioni cognitive e le influenze esterne, al solo fine di massimizzare l’efficacia delle decisioni rispetto all’obiettivo. Dove la razionalità viene meno, la volontà resta cieca.
  • Consapevolezza: è la vigilanza costante sui processi interni e sull’ambiente circostante. È la capacità di monitorare i propri pensieri e le proprie azioni mantenendo un’attenzione intenzionale sulla complessità del contesto.

Il punto di incontro tra moralità e mascolinità 

Jack Donovan opera una distinzione fondamentale: separa l’essere un “buon uomo” (il piano della moralità sociale) dall’essere “buono a fare l’uomo” (il piano della funzionalità tattica). Sebbene questa distinzione serva a spogliare la mascolinità da sovrastrutture ipocrite e moralistiche, è necessario un passo ulteriore: la mascolinità esprime il suo massimo potenziale proprio quando è supportata da valori morali utili e capaci di integrarsi nel collettivo.

Prendiamo la figura archetipica del Re Misericordioso: un’autorità suprema, autorevole ma capace di una compassione selettiva. In questo contesto, la “bontà” non è debolezza, ma uno strumento funzionale al mantenimento dell’ordine. Il Tiranno malvagio o “pazzo” genera inevitabilmente entropia e ribellione. Certo, può dominare esclusivamente con il terrore, ma è un equilibrio precario: una volta persa la leva della paura, è destinato al collasso e alla persecuzione.

La clemenza mirata del Re misericordioso è, in realtà, un raffinato strumento di comunicazione gerarchica. Serve a cementare la coesione sociale, rassicurando il gruppo che la forza della struttura è finalizzata alla protezione e non all’annientamento arbitrario dei propri membri.

La morale non è un elemento costitutivo della mascolinità, ma il fattore che ne massimizza l’efficacia. 

Un collettivo che si riconosce nell’autorevolezza morale del proprio leader è strutturalmente superiore e più resistente di un gruppo tenuto insieme dal solo timore delle conseguenze.

Se osservassimo testimonianze di soldati, noteremmo che ricordano i superiori autorevoli che tenevano a loro con rispetto e fermezza, non quelli spietati che cercavano di mantenere il controllo con paura e umiliazione. Sono i primi per cui i soldati darebbero la vita, non i secondi.

La definizione fallace di Casto

Casto definisce la mascolinità in questi termini: 

“La mascolinità è un insieme di valori e atteggiamenti storicamente più frequente tra gli uomini che tra le donne, e prevalente all’interno della popolazione maschile rispetto ad altri insiemi valoriali.”

Questo è un esempio perfetto di una definizione che non spiega il fenomeno, o lo fa solo a metà. In questo caso, ciò che viene definito è puramente statistico: si riconosce una prevalenza di certi valori negli uomini, ma si torna sempre allo stesso punto cieco. Non si spiega il perché, non si spiega il come ciò si sia strutturato, passaggi indispensabili prima ancora di poter definire il cosa. A questa catena causale non viene data risposta: ci si limita a constatare che sono caratteristiche più diffuse tra gli uomini. È, di fatto, una definizione che illustra la realtà solo a metà. È una definizione molle per un concetto che il testo tenta di solidificare.

Se l’acqua del fiume scorre inesorabile dalla fonte alla foce, ciò implica necessariamente che la morfologia del terreno sottostante sia inclinata in quella precisa direzione. 

L’acqua (il fenomeno visibile) non possiede volontà propria, non sceglie il percorso, essa obbedisce alla legge di gravità dettata dall’orografia del terreno (la struttura invisibile). 

Gli osservatori superficiali (i costruttivisti sociali) si concentrano sull’acqua, credendo di poterla deviare con le parole, ignorando che essa sta solo seguendo una pendenza. Il “terreno sotto”, che obbliga l’acqua a scorrere in quel modo, è il substrato biologico ed evolutivo. È l’architettura neuroendocrina e la pressione selettiva millenaria. Se la mascolinità “scorre” verso caratteristiche ben definite, è perché la topografia della nostra specie è stata plasmata in quel modo dalla necessità di sopravvivere.

Casto intercetta forza e coraggio come caratteristiche e, fino a qui, ci siamo, ma a queste aggiunge responsabilità, autonomia e fratellanza, caratteristiche derivate che non formano la mascolinità, ma emergono da essa. Il risultato è una definizione che mescola cause ed effetti, strutture e correttivi, rendendo impossibile capire cosa sia essenziale e cosa contingente. Non distingue ciò che è selezionato perché necessario da ciò che è emerso per rendere quella necessità sostenibile nel tempo. 

In questo senso, la definizione di Casto non è solo incompleta: è fuorviante, perché suggerisce che la mascolinità sia un insieme di valori osservabili invece di una risposta funzionale a vincoli reali.

Una definizione robusta non si limita a dire che cosa appare più spesso. Deve spiegare perché appare, come si struttura e a quale problema risponde. Senza questa catena causale, ogni tentativo di definizione resta descrittivo, non esplicativo.

Analizziamo gli aspetti da lui descritti oltre forza e coraggio: autonomia, responsabilità e fratellanza.

Autonomia

L’autonomia non è un punto di partenza, ma un esito. Non nasce da una dichiarazione di indipendenza, bensì dall’accumulo progressivo di competenze reali (Maestria). 

Un uomo diventa autonomo nella misura in cui acquisisce skill e conoscenze funzionali alla sopravvivenza e all’efficienza della struttura di cui fa parte. Questo passaggio è cruciale, perché ribalta una delle distorsioni più diffuse del mondo contemporaneo: l’idea che l’autonomia coincida con l’isolamento o con l’autosufficienza narcisistica.

In realtà, la capacità di agire in solitudine ha senso solo se quella solitudine non si traduce in un costo per il gruppo. Un uomo è autonomo quando può operare senza assistenza perché non ne ha bisogno, non perché rifiuta il legame. L’autonomia autentica non sottrae risorse al collettivo; le libera. Riduce il carico, aumenta l’efficacia. È una forma di affidabilità avanzata.

Qui emerge il paradosso solo apparente che molte letture individualiste non riescono a cogliere: più un uomo è competente, più è utile al gruppo proprio perché è meno dipendente dal gruppo. La sua autonomia segnala che ha raggiunto un livello di padronanza tale da non gravare sugli altri e, al tempo stesso, da poter diventare un punto di riferimento. Gli altri sanno di poter contare su di lui non perché “c’è sempre”, ma perché sa fare

In questo senso, l’autonomia è un indicatore, non una virtù originaria. Indica che un processo si è compiuto: apprendimento, esercizio, errore, raffinamento. È la prova che la maestria ha superato una soglia critica. Senza competenze, l’autonomia è solo retorica; con le competenze, diventa una risorsa sistemica. Per questo non può essere considerata una caratteristica fondante della mascolinità: non genera la funzione, la certifica.

Scambiare l’autonomia per un principio primario significa, ancora una volta, confondere l’effetto con la causa. L’uomo non è funzionale (e pertanto mascolino) perché è autonomo; diventa autonomo perché è diventato funzionale.

Responsabilità

La responsabilità non è fondativa della mascolinità: è una proprietà emergente, non una funzione primaria.

La responsabilità viene dopo, come conseguenza necessaria dell’assunzione di un ruolo funzionale ad alto impatto.

Partiamo dal livello zero. In natura non esistono “valori”, esistono compiti. Esistono pressioni selettive che impongono a una parte del sistema di esporsi al rischio: difendere il perimetro, esplorare l’ignoto, ingaggiare il conflitto, prendere decisioni sotto incertezza radicale. Questa è la funzione fondativa della mascolinità: operare dove il fallimento ha un costo terminale. Non perché “giusto”. Perché necessario.

La responsabilità non genera la mascolinità; è la mascolinità a generare la necessità della responsabilità.

Se la responsabilità fosse fondativa, non avrebbe senso evolutivo. La selezione non installa prima un codice etico e poi una funzione rischiosa. Fa l’opposto. Seleziona la funzione perché è vitale. E solo quando quella funzione, lasciata senza freni, minaccia la struttura che dovrebbe difendere, emerge un principio di autocontenimento. La responsabilità è esattamente questo: la risposta adattiva al rischio di eccesso.

Separata dalla funzione che la rende necessaria, la responsabilità degenera in moralismo astratto. Reinserita nella sua posizione corretta, riacquista il suo significato reale.

Fratellanza

Tra i valori che Casto include nella mascolinità compare la fratellanza. Il termine è evocativo, potente sul piano simbolico, ma concettualmente fuorviante se assunto come fondamento. La fratellanza non è una causa originaria della mascolinità: è un effetto collaterale, un prodotto secondario che emerge dopo che una certa struttura funzionale è già in atto.

Gli uomini, da sempre, hanno dovuto creare gruppi per cacciare o combattere, spesso organizzati gerarchicamente, dove la sopravvivenza dipendeva dalla coordinazione, dal rispetto reciproco e dall’alchimia tra i componenti. 

La “fratellanza”, dunque, è l’epifenomeno psicologico di questa dinamica: è il collante biosociale che si sviluppa ex post tra individui che hanno condiviso il rischio di morte e la fatica del combattimento. È la risposta neurochimica che cementa il gruppo per renderlo più efficiente. È la Mascolinità a generare la “Fratellanza”, mai il contrario.

Spesso si fa confusione sul concetto di fratellanza, ammantandolo di un’aura mistica che non esiste. La realtà è molto più cruda e razionale: stiamo parlando di Teoria dei Giochi applicata alle relazioni umane.

La fratellanza è la convergenza di interessi individuali che vengono blindati insieme da un interesse collettivo superiore. È un patto utilitaristico: io proteggo te affinché tu protegga me, garantendo la sopravvivenza di entrambi.

In questo ecosistema, la gerarchia è l’ossatura che tiene in piedi la struttura. Non siamo tutti uguali e non abbiamo tutti lo stesso ruolo. Ognuno occupa una posizione specifica nella catena di comando e concorre al risultato finale. È proprio dall’accettazione di questa struttura verticale e dalla cooperazione per uno scopo comune che emerge quel fenomeno collaterale, potente e vincolante, che chiamiamo fratellanza.

Ancora una volta, l’errore è invertire la causalità. La fratellanza non fonda la mascolinità. È la mascolinità a rendere possibile la fratellanza.

Una Sola Mascolinità

La mascolinità non è un’opinione né una costruzione arbitraria: è un dato di fatto. Precede le narrazioni che tentano di definirla, resiste ai linguaggi che cercano di addomesticarla, sopravvive alle mode ideologiche che vorrebbero rifondarla. Esiste indipendentemente da come scegliamo di raccontarla, perché affonda le sue radici in vincoli materiali, biologici e funzionali.

Per questo l’opposizione tra una mascolinità “tradizionale” e una “nuova” è un falso problema. È una distinzione retorica, non strutturale. Le forme storiche cambiano, i contesti mutano, le modalità si aggiornano. Ma il nucleo funzionale resta.

Esiste una sola Mascolinità.

La mascolinità è un concetto esclusivo, non inclusivo. Ogni categoria che pretende di dire qualcosa di reale deve tracciare confini. Se l’insieme “mascolinità” viene dilatato fino a includere ogni possibile comportamento, ogni disposizione psicologica, ogni stile di vita, allora smette di significare qualcosa.

Se tutto è mascolinità, nulla lo è. La distinzione non è un atto di discriminazione, ma una condizione di intelligibilità.

Questo punto viene spesso frainteso per una ragione emotiva. Si teme che riconoscere confini implichi una gerarchia morale tra gli esseri umani. Ma è un errore categoriale. Il mancato possesso degli attributi mascolini non rende un uomo meno degno di rispetto, meno umano, meno portatore di valore intrinseco. Il rispetto appartiene al piano etico universale. La mascolinità appartiene a un piano funzionale e descrittivo.

Dire che un uomo è meno mascolino non equivale a dire che vale meno come persona. Significa semplicemente riconoscere che incarna in misura minore quelle caratteristiche che, storicamente e strutturalmente, definiscono la mascolinità. Negarlo non rende il mondo più giusto; lo rende solo meno comprensibile e più ipocrita.

La mascolinità non chiede consenso. Non si vota, non si ridefinisce ideologicamente, non si espande per includere tutti. Esiste perché risponde a necessità reali. Può essere capita, valutata, relazionata al contesto. Ma non dissolta o riformata. Ed è proprio questa resistenza all’arbitrio a renderla un concetto solido, e non una semplice astrazione.

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Note

  1. M. Canu, “Sulla decostruzione della mascolinità”, Medium 12 novembre 2025
  2. O. Magidor, “Category Mistakes”, in The Stanford Encyclopedia of Philosophy
  3. V. Moggia, “Tertium non datur. Guida per distinguere gli uomini dalle donne e viceversa”, LaFionda.com 28-29 ottobre 2025.
  4.  V. Moggia, “¡Que viva el macho! (1): Critica dei “gruppi di autocoscienza maschile” e “¡Que viva el macho! (2): un nuovo orgoglio maschile”, EssereUomo.it
  5. Su questo punto si veda anche V. Moggia, “Uno spettro si aggira tra gli MRAs? Contro la “soluzione finale” ai problemi maschili”, LaFionda.com 29 maggio 2025
  6. Jack Donovan, La via degli uomini, a cura di Francesco Borgonovo, trad. Domenico Di Tullio e Andrea Ansaloni (Firenze: Passaggio al Bosco, 2020)

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