Stanno provando in tutti i modi a farci provare empatia per il caso di Bergamo, dove Vincenzo Dongellini, 49 anni, magazziniere disoccupato e in cura psichiatrica per depressione, ha ucciso a coltellate la moglie quarantunenne Valentina Sarto nel loro appartamento in affitto, per poi chiamare disperato la figlia avuta da una precedente relazione.
Musiche strappalacrime, video costruiti ad arte, servizi giornalistici sempre meno seri e sempre più cinematografici, con colonne sonore alla Hans Zimmer a fare da sottofondo all’orrore.
La sofferenza è diventata show. Siamo arrivati al punto in cui il dramma non basta più: deve essere amplificato, teatralizzato, compresso fino a trasformarsi in contenuto pensato per far esplodere gli algoritmi. Absolute Cinema! Zero analisi, più pathos.
Un pathos stucchevole che invece di invitare alla riflessione spettacolarizza la realtà, la impacchetta, la fonde con le emozioni viscerali delle folle digitali e la monetizza.
La narrazione non afferra mai la questione nella sua sostanza: costruisce attorno alla storia, più show che realtà, più bene contro male che complessità. L’empatia viene estratta forzatamente, alimentandola artificialmente. Il pubblico deve essere ammaliato e catturato dal suono e dal montaggio, che devono essere sempre accattivanti.
Mi dispiace, ma io mi tiro fuori. Preferisco concentrarmi sull’analisi.
Certo, non farò come la Bruzzone, pronta a dare del narcisista a chiunque in tv con le sue pseudo-analisi da criminologa da salotto — e con post su Facebook che sono palesemente carta carbone di ChatGPT — ma vi darò la mia semplice opinione senza moralismi e senza pretese: siete liberi di formarvi la vostra. Questa volta ho troppo pochi elementi per un’analisi accurata. Quindi vado anche per intuizioni e ipotesi.
Quello che vedo sono due persone misere, prive degli strumenti intellettuali ed emotivi per affrontare una crisi e la fine di una relazione. Lui era un uomo a pezzi, schiacciato dalla depressione, dal crollo economico e dalla disoccupazione, che per un uomo adulto equivale a un lento logorio dell’identità. Proprio per questo, però, avrebbe dovuto capire che o si sarebbe ricostruito o sarebbe esploso. Lei, dall’altra parte, aveva già avviato una relazione con un altro uomo, pur continuando a dormire sotto lo stesso tetto con lui.
La situazione era tesa, forse in modi che difficilmente potremmo capire davvero, essendo estranei ai fatti. Non entro nel merito di ciò che non può essere conosciuto tra le mura di casa, ma da ciò che emerge il quadro è desolante da entrambe le parti. Coppie così ce ne sono molte: relazioni che non costruiscono mai una dimensione comunicativa profonda, che restano sullo strato superficiale, che funzionano finché tutto fila liscio e si sfaldano non appena arrivano i problemi. Di fronte alla crisi, invece di riparare le crepe, le allargano.
Ad ogni modo, tornando alla questione, quello che vedo è che Dongellini, schiacciato dalla disoccupazione e dalla depressione, aveva perso la sua funzione di provider. In termini evolutivi, un maschio adulto senza risorse, senza status e senza stabiltà psicologica cessa di essere percepito di valore e diventa uno scarto. Sono poche le donne che applicano davvero il cristiano concetto “nella buona e nella cattiva sorte”.
La reazione di Dongellini è stato un protocollo maladattivo di mate-guarding, cioè il tentativo di controllare il partner ed evitare di perderlo a favore di altri, portato all’estremo da una mente disfunzionale. L’uccisione è stato l’atto finale per metterlo in pratica.
Dall’altro lato, Valentina Sarto stava applicando una classica transizione ipergamica. Lei aveva già avviato il rimpiazzo con un altro uomo, eppure continuava a dormire sotto lo stesso tetto, a pochi metri da un uomo ferito e senza più nulla da perdere. Una bomba ad orologeria in pratica. Questo è il cortocircuito della modernità: l’illusione indotta di essere intoccabili. La società ha convinto le donne che un contratto, lo scudo dello Stato o l’essere “dalla parte della ragione” annullino l’istintualità territoriale di un uomo compromesso psicologicamente e che risponde ai propri istinti più bassi.
Ma prima di proseguire, permettetemi una riflessione che ritengo essenziale. Questa vicenda ha fatto emergere, una volta di più, la menzogna sistematica della nostra società. Per anni si tenta di spiegare, comprendere, contestualizzare perfino gli infanticidi commessi da alcune madri attraverso la depressione, il crollo psichico, il disagio. Penso a Chiara Petrolini, la 22enne di Traversetolo che ha partorito due figli in casa e li ha sepolti in giardino, e che oggi si trova agli arresti domiciliari nella stessa villetta, grazie a provvedimenti che hanno ritenuto il carcere sproporzionato. Penso alla valanga di analisi psicologiche, ai talk show, ai tentativi di giustifica il suo blackout emotivo.
Penso all’omicidio di Alessandro Venier a Gemona del Friuli, stordito, soffocato, ucciso con un’agonia di sei ore e poi fatto a pezzi con un seghetto dalla madre Lorena e dalla compagna Mailyn. Anche in quel caso, l’efferatezza di una premeditazione feroce e di uno smembramento lucido è stata immediatamente incorniciata nella narrativa dell’esasperazione femminile, della paura e della depressione post-partum, cercando di ammorbidire un’atrocità inumana con il filtro della “reazione di sopravvivenza”.
Trovo ingiustificabile qualunque massacro — non sto assolvendo nessuno — ma pretendo coerenza. Perché quando il crollo psicologico è maschile, quando c’è la depressione di un uomo, la sua rovina economica, il suo dolore mentale, tutto questo diventa improvvisamente irrilevante?
Lo abbiamo visto anche con il tredicenne che il 25 marzo scorso ha accoltellato la sua professoressa di francese, Chiara Mocchi, 57 anni, nei corridoi dell’istituto Leonardo Da Vinci di Trescore Balneario. In molti hanno invocato pene esemplari, carcere, tolleranza zero. Ma la stessa voce unanime e indignata non si è levata per Chiara Petrolini. La misura del clamore morale, in questo Paese, dipende dal sesso del soggetto, non dalla gravità dell’atto.
Tornando a Valentina Sarto: al di là di tutto, lui, se Dongellini avesse avuto un briciolo di spina dorsale, avrebbe dovuto anteporre sua figlia a ogni altra cosa. Anteporle significava una cosa sola — non uccidere. Significava ingoiare la rabbia, incassare il rifiuto, fare le valigie e andarsene. Significava restare vivo, restare libero, restare padre. Ricostruirsi pezzo per pezzo, per avere ancora un ruolo nella vita di quella ragazza. Invece ha ceduto all’istinto più basso e misero: ha massacrato la compagna — che per quanto potesse essere una partner discutibile, con l’empatia di un sasso, non meritava la morte — e facendo così si è condannato a marcire in galera, cancellando per sempre il proprio ruolo di padre. Ha scelto una vendetta inutile, cieca, senza sbocco. E ora quella figlia dovrà crescere con una sola certezza: di avere un assassino al posto di un padre.
Storie così sono l’emblema della miseria umana nella sua forma più cruda: quella dell’essere umano che non ha mai trovato un centro stabile intorno a cui far ruotare principi, affetti, responsabilità. Individui che errano in un deserto arido, smarriti nel vuoto emotivo di emozioni mai integrate e di virtù mai davvero assimilate.
Il punto è questo: senza un centro, tutto degenera nel caos. Non lo dico per erigermi a superiore, ma per rivendicare la necessità della consapevolezza. Per non arrivare alla distruzione — propria e altrui — occorre un momento di arresto, di riflessione, di riconsiderazione, prima che si commettano disastri e il danno diventi irreparabile. Dentro ognuno di noi esiste una bestia: la parte più antica, più reattiva, più cieca di ciò che siamo. L’etica, per molti, è lo strumento per contenerla. Ma non basta. Bisogna andare oltre la morale collettiva, oltre le norme condivise, fino a raggiungere i principi che governano la nostra esistenza, quelli che resistono anche quando tutto crolla. È lì, in quel luogo silenzioso, che si decide chi siamo davvero e chi vogliamo essere anche quando non ci riconosciamo.
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