Vita nelle tribù: la superiorità del mondo magico

Tribù Yamana

Immagina di non appartenere a questa società così avanzata. Immagina di far parte di una popolazione rimasta ancora allo stadio tribale: sei un giovane cacciatore della tribù Yamana e abiti nella terra del fuoco, a Capo Horn (Cile).

Come tutti i giorni, anche oggi ti sei svegliato all’alba, uno degli orari migliori per andare in cerca di cibo; nella foresta c’è silenzio, nessuno schiamazzo che possa far scappare gli animali. Ma qualcosa ti blocca: ad un certo punto davanti a te vedi un tronco spezzato, dal quale zampilla dell’acqua. Questa scena ti colpisce così tanto che non riesci nemmeno più a cacciare, perciò torni a casa fortemente impressionato e ossessionato da questo evento.

Ora penserai: come potrei rimanere così folgorato da una scena del genere? E’ solo un pò d’acqua che zampilla fuori da un tronco, nulla di speciale, nulla di mistico.

Forse…

Nella società moderna di oggi è scontato essere presenti al mondo, ovvero essere inseriti in un contesto di senso; in un mondo che ha un certo senso grazie alla cultura.

La cultura, secondo Ernesto De Martino (antropologo, 1908-1965), costruisce il legame tra l’uomo e il mondo in cui vive; legame che non deve mai venire meno, poiché se decade il rapporto tra l’uomo e il suo mondo si ha la cosiddetta “crisi della presenza”: un’esperienza di profonda angoscia.

La presenza per alcune popolazioni, come ad esempio quelle indigene, non è da considerarsi come qualcosa di assodato, di assicurato, anzi, piuttosto come qualcosa che è costantemente minacciato. Ma senza andare troppo lontano anche noi in realtà, senza accorgerci di questo, siamo sottoposti al rischio.

La presenza è il risultato di lotte, conquiste, trasformazioni… È il risultato di un processo storico di conquista della cultura. Perdere la presenza significa ritornare ad uno stato di natura, dove il mondo non ha più una struttura culturale che gli dia consistenza; il mondo naturale è un mondo non colto, non storico e dunque non umano. Il compito dell’uomo quindi secondo De Martino è quello di agire, che significa trasformare gli impulsi naturali (e quindi “non umani”, come l’angoscia ad esempio) in valori culturali (cioè dargli un senso in seno ad una determinata cultura).

Tutto molto astratto fino ad ora, infatti per comprendere meglio il concetto voglio farti un esempio: torniamo al nostro tronco. Questa scena per un indigeno, che vive molto più vicino di noi allo stato di natura, è un qualcosa che può essere sconvolgente. In seno a quelle culture tribali, non esiste la psicologia che possa spiegare ad esempio la malinconia derivante dalla visione dell’acqua che zampilla da un tronco, perciò avvertita la sensazione d’angoscia, la persona non può che sprofondare in uno stato d’animo drammatico, senza poter identificare culturalmente il fenomeno. Rimane per un periodo di tempo qualcosa di inspiegabile, che colpisce, non razionalizzabile.

Spiegare questo evento con termini occidentali così come ho fatto non è in realtà del tutto corretto, ma questo punto lo analizzeremo tra un po’.

Accade però qualcosa nel mondo tribale: interviene la magia per salvare l’individuo dalla crisi della presenza. No, non sono impazzita. Parlo davvero di magia, rituali, sciamani, divinazioni. Ma prima che tu possa pensare a qualcosa di religioso o trascendentale, prova a spogliarti ancora una volta dai panni occidentali e ritorna ad essere quell’indigeno.

Di fronte ad eventi dolorosi, traumatici o angoscianti, la crisi della presenza si manifesta come una ripetizione: l’uomo smette di avere un comportamento coerente culturalmente, non agisce ma è agito da una angoscia. E’ il caso ad esempio di una particolare condizione che colpisce alcuni indigeni della Melanesia, chiamata “Latah”: l’individuo perde per periodi più o meno lunghi l’unità della propria persona, l’autonomia del suo Io e il controllo dei suoi arti, in seguito ad un “elemento sorprendente” (che può essere appunto una forte emozione provocata da quell’acqua che zampilla in modo particolare, un terremoto, una forte grandinata, eccetera). Il soggetto diventa massivamente suggestionabile e inizia ad immedesimarsi con l’evento iniziando ad assumere atteggiamenti ripetitivi, automatici, assimilabili allo stato di natura.

E’ a questo punto che interviene la magia attraverso ad esempio lo stregone del villaggio: il rito magico a cui l’uomo ricorre di fronte alla crisi gli permette di riprendere l’azione e diventare responsabile del proprio agire. La ritualità ha dunque la funzione del controllo della ripetizione; assume quella ripetizione naturale dandogli un senso attraverso una istituzione (sì, perché presso gli indigeni la magia è equiparabile ad una delle nostre istituzioni).

La magia rende possibile padroneggiare alcuni eventi che dominano l’essere, vincendolo: essa ha il compito di rendere l’uomo padrone di un evento che lo soggioga.

Spesso molti antropologi studiosi di queste popolazioni, si sono soffermati sulla ricerca della frode del mondo magico, credendo erroneamente nel fatto che gli indigeni volessero in un qualche modo truffare gli occidentali attraverso rituali falsi, agendo d’astuzia per un qualche obiettivo secondario. In realtà non è così. Come dicevo prima è un errore cercare di spiegare questi fenomeni utilizzando le credenze del mondo occidentale.

Nel libro di De Martino “Il mondo magico”, viene fatta una critica importante agli antropologi; essi danno per scontata l’idea di presenza, che mentre per noi è un dato di fatto, abbiamo visto come per un indigeno in realtà non lo sia. Spesso usiamo gli occhi del mondo contemporaneo per guardare il mondo tribale che di contemporaneo non ha nulla. Prendiamo come esempio un indigeno della popolazione Turik del Bormio e la sua concezione di anima: a differenza nostra che abbiamo una idea del nostro IO come solido e separato dal mondo naturale, lui si percepisce invece come fuso con la natura. Alcune pietre per un Turik sono capaci di contenere la sua anima, che se non trattenuta da queste scapperebbe via; perchè questo? Mentre per noi occidentali l’anima è un presupposto, qualcosa di dato in maniera assoluta, per un Turik l’anima è un PROBLEMA, è qualcosa sempre in via di formazione, non è consolidata così come non lo sono nemmeno i confini dell’IO. E’ qualcosa che addirittura può essere rubata, mangiata. Ciò che a noi appare come superstizione, mostra il fatto che non siamo capaci di vedere che il problema per un indigeno è proprio ciò che per noi è scontato: la presenza al mondo. Il Turik proietta magicamente la sua anima nella pietra perché in questo modo riesce a trattenerla. E’ la sua ricerca di riscatto dal crollo della presenza.

Nonostante nel nostro mondo l’IO ha conquistato la propria solidità, non possiamo ritenerci immuni dal crollo della presenza. Il nostro sentirci a proprio agio nel mondo può svanire da un momento all’altro.

Ad esempio nel mondo contemporaneo, se pensiamo alla malattia mentale, essa è una forma di perdita della presenza che però a differenza del mondo tribale è un dramma meramente privato: il malato perde la presenza che per tutti gli altri uomini è un dato acquisito, scontato. Mentre nel mondo tribale la salvezza attraverso i rituali si compie per uno sforzo collettivo (l’individuo è partecipe di un dramma culturale che ha carattere pubblico, sono tutti nella medesima condizione e c’è sostegno nella comunità per questo), nel mondo contemporaneo si produce esclusione e l’individuo è solo nella sua lotta.

E’ in questo che possiamo ammirare la superiorità del mondo tribale, quello che De Martino chiama “il mondo magico”: nel mondo occidentale abbiamo una presenza data per scontata, consolidata per tutti, e dunque se a qualcuno capita di perderla, questo verrà escluso, preso in carico da istituzioni che creano esse stesse esclusione poiché non tendono realmente ad integrare ma ad espellere dalla società il diverso, etichettandolo. Nel mondo magico invece, se mettiamo per un attimo da parte la superstizione e facciamo realmente lo sforzo di trasformarci in quell’indigeno, possiamo percepire come attraverso i rituali si riesca a trovare un compromesso a livello collettivo, dove il crollo della presenza viene preso in carico dall’intera comunità.

 

 

 

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