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Suicidi dei Pretend Students: l’analisi del caso Miriam Indelicato

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Pretend students: il fenomeno e la sua rappresentazione

Il fenomeno dei cosiddetti pretend students — studenti formalmente iscritti a un ateneo ma di fatto fuori dal percorso accademico da mesi o anni — ha registrato negli ultimi anni una crescita silenziosa e strutturale[1]. Una crescita che i media intercettano quasi esclusivamente nel momento terminale, quando il caso diventa tragedia e il nome di qualcuno finisce nelle cronache.

Il meccanismo narrativo prevalente è riconoscibile e ricorrente: si seleziona un caso ad alto impatto emotivo, lo si costruisce attorno alla figura della “vittima del sistema”, e lo si consegna al consumo pubblico[2]. Questa etichetta compie due operazioni simultanee e, in apparenza, contraddittorie. Da un lato amplifica la dimensione collettiva del gesto, attribuendogli una valenza di protesta — quasi una forma di resistenza romantica contro un sistema che schiaccia. Dall’altro, nel momento in cui il ciclo mediatico inizia a chiudersi, isola il caso nella biografia individuale, spiegandolo con la fragilità psicologica del singolo e assolvendo implicitamente le istituzioni. Il risultato complessivo è una narrazione consumabile che non disturba nessuna struttura di potere esistente: la disfunzione sistemica viene declassata a tragedia privata, nessuna istituzione è chiamata a rispondere, e il fenomeno resta invisibile come tale.

Questo non significa che i media causino direttamente il fenomeno. Il loro contributo è indiretto — un effetto farfalla più che un innesco: normalizzano una rappresentazione della crisi studentesca che è romantica, fatalista, individuale, riducendo la soglia critica collettiva e rendendo meno visibili le condizioni materiali e istituzionali che la producono. Non una causa, ma una pressione ambientale che modifica le condizioni in cui certi esiti diventano possibili.

È in questo contesto che va letto il caso di Miriam Indelicato, ventitreenne formalmente iscritta alla Luiss ma di fatto fuori dall’ateneo dal 2024, trovata morta il 16 aprile 2026 nella tromba delle scale del suo palazzo a Roma — nel giorno in cui aveva annunciato ai genitori, arrivati dalla Sicilia, la discussione della sua presunta tesi di laurea[3]. Restituire dignità a una storia come questa significa non semplificarla: né dissolverla in una disfunzione anonima del sistema, né ridurla alla fragilità di un singolo. Miriam era una persona con una storia propria, con pressioni interne ed esterne che si sono intrecciate in modi che non conosciamo e probabilmente non conosceremo mai del tutto. Ciò che l’analisi strutturale del fenomeno può fare — e deve fare — non è spiegare il gesto, ma rendere visibili le condizioni che hanno ristretto lo spazio in cui quella complessità individuale si è trovata a muoversi. Il sistema non produce vittime per meccanismo diretto: crea ambienti in cui certi silenzi diventano più difficili da rompere, certi percorsi più difficili da reggere. Riconoscerlo non assolve nessuno, e non spiega tutto. Ma è l’unico modo per trasformare un caso in conoscenza senza tradire chi lo ha vissuto.

La pornografia del dolore e la selezione dei contenuti

Notate come la stampa indugi su quegli aspetti che generano puro shock value: la caduta nel palazzo, il viaggio a vuoto dei genitori arrivati dalla Sicilia per una laurea che non esisteva, la pubblicazione seriale di fotografie in cui lei appare bella, giovane, attraente nel pieno della sua vita. È quello che si può chiamare pornografia del dolore[4].

I media odierni, basati su social e viralità, premiano solo i formati emotivi che garantiscono attenzione e diffusione e trasformano il dramma in prodotto, destinato a essere sostituito nel ciclo successivo. Analisi strutturale, responsabilità istituzionale e complessità, non essendo virali, non circolano.

Per scelta, questo articolo non si prostituirà a tali logiche di mercato.

Il ruolo dei media nel contagio memetico

Che se ne rendano conto o no, i media con la loro narrazione pietista e assolutoria stanno indirettamente fornendo alla psicosfera nuovo materiale, rendendo possibile che altri suicidi simili accadano. Non è che siano penalmente responsabili, ma in senso memetico ed evolutivo hanno un loro peso[5].

È statisticamente e cognitivamente impossibile che Miriam non sapesse di quello che è successo in passato a chi si trovava nella sua stessa impasse, visti i casi sovrapponibili come quello della studentessa di Napoli, Giada De Filippo, suicida dal tetto dell’Università Monte Sant’Angelo il giorno della finta laurea[6]. Il cervello umano sotto stress acuto entra in modalità sopravvivenza. I media, raccontando ossessivamente i casi precedenti in modo dettagliato, hanno fornito uno script mentale già precompilato[7], un percorso tracciato che la mente sotto stress non deve far altro che seguire. Quando il dolore dell’esposizione e dello smascheramento diventa intollerabile, la mente accede all’euristica della disponibilità[8]: “Cosa fa chi si trova esattamente nella mia situazione? Fa questo”.

Paradossalmente, per Miriam, l’autodistruzione poteva essere l’unica strada percepita come fattibile per riacquistare credibilità, o per lo meno per non perdere del tutto la faccia. Non che abbia fatto consciamente questi pensieri elaborandoli razionalmente, ma sono intervenuti in una miscela chimica e cognitiva nel sottobosco della mente. L’essere umano è un animale di branco. Cerca la riprova sociale anche nell’annientamento. Sapere che altri, con il tuo stesso identico profilo di studenti bloccati in un loop di menzogne senza via di fuga, hanno optato per il suicidio, normalizza l’opzione[9]. La sdogana. La trasforma da tabù inammissibile a “exit strategy finale” per quel preciso fallimento. È un macabro allineamento tribale: si muore seguendo il branco.

Il trade-off tra vita biologica e capitale simbolico

Il suicidio, in questi casi specifici, contiene un calcolo implicito di salvaguardia dell’Ego e del capitale simbolico. Se l’individuo resta in vita e confessa, lo status biologico e sociale va a zero. Diventa un truffatore, un fallito, una delusione. La famiglia prova vergogna, la tribù lo esilia, la società lo giudica. Ma cosa succede se si suicida? I media e la società hanno già fornito la risposta con i casi precedenti: la colpa viene traslata. L’individuo non è più un “bugiardo” o un “impostore”, ma diventa d’ufficio la “vittima innocente di un sistema accademico tossico”. Diventa un martire della pressione sociale. Il suicidio cancella la responsabilità individuale e costringe la famiglia e la società a provare pietà e senso di colpa, invece che rabbia e disprezzo. Nella mente di chi sta crollando, assediato dalle conseguenze delle proprie scelte, questo è l’ultimo, disperato trade-off: scambiare inconsciamente la propria vita biologica per preservare l’ologramma della propria reputazione.

Ogni volta che i media romanticizzano questi gesti, ogni volta che parlano di ragazzi troppo fragili per questo mondo crudele, stanno costruendo un incentivo perverso[10] per il prossimo studente in crisi: se fallisci e ti uccidi, ti assolveremo. Ti celebreremo come vittima.

Meccanismi psicologici

Concentrarsi ora sui meccanismi psicologici probabilmente in gioco significa ipotizzare cosa possa essere accaduto nella mente di Miriam, o di chiunque compia una scelta simile — sapendo che si tratta di ipotesi, non di certezze, e che la distanza tra l’analisi e l’esperienza vissuta resta incolmabile.

Dissonanza cognitiva ed escalation

La prima tessera del domino fu un esame mancato. La menzogna iniziale viene rinforzata iterativamente per ridurre lo stress acuto a breve termine. Nel tentativo di colmare la dissonanza cognitiva[11] tra la realtà della sconfitta e l’immagine richiesta, questa finzione si cristallizza, diventando progressivamente un’identità narrativa stabile. A quel punto smettere di mentire non significa più confessare un errore: significa demolire se stessi, perché la finzione e l’identità sono diventate la stessa cosa. Il costo cognitivo per mantenere intatta tale coerenza interna aumenta in modo esponenziale: si innesca un vero e proprio Schema Ponzi Esistenziale. Come ogni schema Ponzi, l’individuo incassa l’approvazione immediata accumulando un debito insostenibile, e il costrutto resta in piedi solo finché non si infrange contro la scadenza che non ammette proroghe: il momento in cui il confronto con la realtà non può più essere rinviato.

Coping evitante cronico e vergogna-proneness

Si instaura progressivamente un coping evitante: ogni soluzione viene rinviata nell’illusione di poter sistemare tutto, con un debito cognitivo che si restringe a ogni rinvio. Questa gestione del fallimento si affida interamente alla fuga e alla soppressione emotiva, un’anestesia della realtà al posto di un confronto diretto con essa. È un pattern tipico dei contesti ad alto investimento simbolico, dove l’errore non è mai trattato come un dato o uno step fisiologico, ma come un’inaccettabile condanna identitaria. Il dispendio energetico richiesto per mantenere in piedi questa facciata genera, inevitabilmente, un isolamento sociale progressivo e uno stato di ipervigilanza costante[12].

Terrore dell’ostracismo tribale

La ricerca evolutiva suggerisce che, in media, la psicologia femminile tenda a una maggiore sensibilità all’accettazione tribale e alla validazione di status all’interno del gruppo[13][14] — un’ipotesi che può contribuire, tra altri fattori, a spiegare la prevalenza femminile tra i cosiddetti pretend students che arrivano all’esito di togliersi la vita. Il crollo dell’immagine accademica viene percepito — a un livello evolutivo profondo — come una perdita definitiva di status e un potenziale esilio dal proprio nucleo familiare[15]. Non l’unico fattore, ma uno dei più difficili da razionalizzare e contenere. In quest’ottica, la vergogna perde i connotati di semplice emozione secondaria per trasformarsi in un vero e proprio segnale di minaccia biologica al senso di appartenenza[10].

Sindrome dell’impostore

Dal terrore dell’esilio tribale discende direttamente la sindrome dell’impostore[16]. L’individuo è portato a simulare una competenza o uno status non posseduto per preservare a ogni costo l’appartenenza tribale. In questa condizione si avverte un attrito cronico e logorante tra l’immagine che il circolo sociale riconosce al soggetto e la sua convinzione intima di non meritare tale riconoscimento. La paura di smantellare questa immagine e di esporsi al giudizio altrui impedisce lo svelamento della verità. Inoltre, quando la famiglia investe pesantemente e vincola la propria percezione di successo sociale alla performance accademica del figlio, l’accettazione smette di essere incondizionata e diventa una sorta di contratto implicito[17]. Confessare il fallimento non significa solo deludere: significa rescindere quel contratto e perdere il nucleo affettivo primario — l’unico che, paradossalmente, avrebbe potuto offrire una via d’uscita.

La pressione delle conseguenze e l’hyperbolic discounting

Uno degli errori più sistematici nell’architettura cognitiva umana è la tendenza a ottimizzare le conseguenze di primo ordine sottostimando quelle di secondo e terzo. Non per scelta consapevole, ma per un bias strutturale noto come hyperbolic discounting[18]. È questo meccanismo che trasforma una menzogna iniziale in un’escalation verso esiti catastrofici.

  • Primo ordine — Effetti immediati: All’inizio della simulazione, Miriam ha ottenuto un payoff immediato: un sollievo acuto dallo stress. In questa fase, il coping evitante appare razionale nel breve termine: si scambia una verità dolorosa con una pace artificiale. Sembra funzionare e questo è pericoloso.
  • Secondo ordine — Effetti indiretti: Il sollievo iniziale viene pagato con l’accumulo di un debito cognitivo a tassi di usura. Per sostenere l’ologramma sociale, l’individuo deve affrontare una paranoia costante e un isolamento relazionale progressivo. Ogni bugia di secondo ordine richiede un’infrastruttura di copertura più vasta.
  • Terzo ordine — Impatti sistemici: Si arriva infine alla collisione letale con la realtà oggettiva allo scadere del tempo tecnico. Quando l’individuo realizza che non esistono più margini di manovra, il capitale identitario fittizio va istantaneamente in bancarotta. In questo scenario di insolvenza esistenziale, il suicidio viene percepito come l’ultima e definitiva strategia di evitamento.

Conclusione

Miriam non è morta soltanto per una laurea mancata. È morta anche perché nessuno era stato davvero preparato a immaginare l’esistenza di una vita dignitosa al di fuori di quel percorso. A concepire la possibilità di uscire dal copione senza che il mondo crollasse.

Chi si trova in una condizione simile tende a perdere la capacità di intravedere alternative — non perché non esistano, ma perché la rappresentazione della realtà che si è costruita attorno diventa totale, impermeabile. Il tunnel non è la realtà: è il prodotto finale di un’escalation cognitiva[19] che questo testo ha cercato di rendere visibile e nominabile. Riconoscerla non la dissolve, ma la sottrae all’unica condizione in cui diventa davvero letale: l’invisibilità.

Togliersi la vita per una laurea mancata equivale, implicitamente, a fare propria fino in fondo la logica che ha prodotto il problema — quella che subordina il diritto di esistere al capitale simbolico accumulato. Il gesto estremo non è una rottura con il sistema: è la sua esecuzione più completa e irreversibile.

Restituire dignità a Miriam significa rifiutare il circo mediatico del pietismo consumabile. Significa trattare la sua storia come ciò che è: non una tragedia privata, non una vittima del sistema, ma la manifestazione terminale di meccanismi precisi, nominabili, e in parte prevenibili. Questo testo non ha altri obiettivi.

Note

  1. Leiden University‘Pretend student’? Tell others and get help.
    Studenti formalmente iscritti che, bloccati e incapaci di ammetterlo, continuano a fingersi attivi per mesi o anni. 
  2. Entman, R.M.Framing: Toward Clarification of a Fractured Paradigm — Journal of Communication, 43(4), 51–58 (1993). DOI: 10.1111/j.1460-2466.1993.tb01304.x.
    Entman definisce il framing come l’operazione di selezionare certi aspetti della realtà e renderli salienti per orientare la lettura del problema.
  3. AdnkronosRoma, 23enne muore precipitando dalla tromba delle scale.
    Dati fattuali sul caso: età, ateneo, modalità e data del decesso.
  4. In-MindViral and harmful violence in media and its impact on empathy.
    La selezione di contenuti emotivamente estremi non è casuale: è funzionale. Genera engagement, amplifica l’empatia, vende attenzione. È il meccanismo alla base della pornografia del dolore.
  5. Calvo, V. et al.Does suicide contagion (Werther effect) take place in response to social media? A systematic review — Spanish Journal of Psychiatry and Mental Health (2024). DOI: 10.1016/j.sjpmh.2024.05.003.
    Rassegna di 25 studi sull’effetto Werther nei social media: la narrazione ripetuta di casi analoghi abbassa la soglia percettiva rispetto a certi esiti. Non è un’ipotesi — è un dato misurato su larga scala.
  6. Corriere della SeraGiada e il suo dramma: 4 anni, zero esami ma aveva scelto le bomboniere.
    Il caso-prototipo. Giada De Filippo, Napoli, stesso schema: anni di menzogna, finta laurea, suicidio finale. Un caso che Miriam forse conosceva.
  7. Domaradzki, J.The Werther Effect, the Papageno Effect or No Effect? A Literature Review — International Journal of Environmental Research and Public Health, 18(5), 2396 (2021). PMC7967741.
    Rassegna sistematica sui meccanismi di imitazione e priming legati alla copertura mediatica del suicidio.
  8. Tversky, A. & Kahneman, D.Availability: A heuristic for judging frequency and probability (Cognitive Psychology).
    Il paper originale sull’euristica della disponibilità: la mente stima la probabilità di un’azione in base alla facilità con cui riesce a recuperarne esempi analoghi dalla memoria. Più i casi simili sono stati narrati nei dettagli, più l’opzione diventa cognitivamente accessibile.
  9. PMCTwo sides of the same coin? The association between suicide stigma and suicide normalisation.
    Il paradosso documentato è preciso: ridurre lo stigma attorno al suicidio, senza strumenti contestuali adeguati, può normalizzarlo come opzione. La ripetizione mediatica fa esattamente questo — non per intenzione, ma per meccanismo.
  10. PMC / BJPsych OpenInterpersonal theory of suicide: Prospective examination.
    La teoria interpersonale di Joiner individua nel senso di appartenenza ostacolata e nella percezione di essere un peso le condizioni che rendono il suicidio soggettivamente razionale. Citata in due punti: nell’incentivo perverso costruito dai media e nel passaggio sulla vergogna come minaccia biologica all’appartenenza. ↩ 1 ↩ 2
  11. EBSCOCognitive dissonance theory.
    La dissonanza cognitiva di Festinger: quando credenze e comportamenti collidono, la mente costruisce riallineamenti per ridurre l’attrito. La menzogna sull’esame non è una scelta consapevole di ingannare — è una risposta automatica al conflitto tra realtà e immagine richiesta.
  12. Frontiers in PsychologyFamily cohesion, shame-proneness, expressive suppression, and adolescent mental health.
    Contesti familiari ad alta aspettativa, vergogna come disposizione stabile, soppressione emotiva come strategia di coping: il cocktail documentato dalla ricerca è lo stesso descritto nel testo. L’ipervigilanza non è un tratto di personalità — è il prodotto di un ambiente che non lascia spazio all’errore.
  13. Kramer, K.L.Female cooperation: evolutionary, cross-cultural and ethnographic evidence — Philosophical Transactions of the Royal Society B, 378(1868) (2023). DOI: 10.1098/rstb.2021.0425.
    Prove evolutive e cross-culturali sulla cooperazione femminile e sulla coesione di gruppo come orientamento prioritario. Fornisce il fondamento evolutivo all’ipotesi sulla maggiore sensibilità femminile alla validazione di status tribale.
  14. Eagly, A.H. & Chrvala, C.Sex differences in conformity: Status and gender role interpretations — Psychology of Women Quarterly, 10(3), 203–220 (1986).
    Le donne mostrano maggiore sensibilità alle aspettative di conformità quando queste sono legate alla validazione dello status all’interno del gruppo. Complementare a Kramer sullo stesso passaggio: uno dal versante evolutivo, l’altro da quello psicosociale sperimentale.
  15. Baumeister, R.F. & Leary, M.R.The need to belong: Desire for interpersonal attachments as a fundamental human motivation — Psychological Bulletin, 117(3), 497–529 (1995). PMID: 7777651.
    Il bisogno di appartenenza come motivazione primaria e non accessoria. La sua privazione produce effetti misurabili su salute e adattamento. 
  16. Clance, P.R. & Imes, S.A.The imposter phenomenon in high achieving women: Dynamics and therapeutic intervention — Psychotherapy: Theory, Research and Practice, 15(3), 241–247 (1978). DOI: 10.1037/h0086006.
    Il paper che ha nominato il fenomeno nel 1978: individui ad alto rendimento convinti di non meritare il proprio successo, terrorizzati dall’esposizione. La simulazione accademica è la versione estrema di questo pattern — non un’anomalia, ma la sua conseguenza logica.
  17. Ben-Gurion UniversityWhen parents’ affection depends on child’s achievement.
    Quando l’affetto parentale è condizionato al rendimento, smette di essere affetto e diventa contratto. La ricerca documenta le conseguenze: l’individuo non confessa il fallimento perché non sta solo rischiando una delusione — sta rischiando di perdere il nucleo affettivo primario.
  18. NHSJSHyperbolic discounting outperforms a dual response-bias model for intertemporal choices.
    La mente sovrastima sistematicamente i benefici immediati rispetto alle conseguenze di secondo e terzo ordine. La menzogna iniziale sembra una soluzione razionale. Lo è, nel brevissimo termine. Il problema è tutto quello che viene dopo.
  19. Journal of Systemic TherapiesNarratives of suicidality, alternative education, and resiliency.
    Quando non esiste una narrativa alternativa credibile — quando l’unico copione disponibile è “laurearsi o fallire” — lo spazio di manovra si restringe fino a scomparire. La ricerca documenta come costruire percorsi alternativi rappresenti un fattore fondamentale. Miriam non sentiva di averne uno.
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