Lo sostenevo anni fa, prima dell’insediamento di Trump: il fanatismo non si estingue, cambia semplicemente bandiera. La natura umana parte dalla stessa radice e si declina in varie forme, ma conserva gli stessi bias e risponde agli stessi archetipi. Chi si aspettava che la soluzione al progressismo woke radicale fosse la razionalità, si sbagliava di prospettiva.
L’assolutismo dogmatico che ha strutturato il pensiero woke in tutti questi anni trova oggi il suo riflesso speculare nell’architettura di potere che si è costruita attorno a Donald Trump.
Ne abbiamo un fulgido esempio: mentre l’apparato militare statunitense, in stretto asse con Israele, scatenava un’offensiva su larga scala contro l’Iran, Trump si posizionava al centro dello Studio Ovale, lasciandosi circondare da un consesso di pastori evangelici che gli imponevano le mani in preghiera.
La realtà supera di gran lunga la fantasia. Ministri di culto chiamati a benedire un bombardamento: il sacro si fonde con la più cruda espressione della violenza di Stato.
Ma qui non ci limiteremo a letture superficiali. Andremo oltre: capiremo davvero cosa si nasconde dietro questa scena.
1 Livello – Controllo Percettivo Tribale
A un primo livello, ciò che nella cultura occidentale si è a lungo considerato incompatibile con essa, condannando senza appello i regimi teocratici che sovrappongono politica e religione, trova qui il suo analogo rituale. Quella contraddizione che si credeva esclusiva dei popoli mediorientali si rivela improvvisamente anche dell’Occidente, dimostrando come l’essere umano, di qualsiasi ideologia e latitudine, continui a rispondere agli stessi codici tribali ancestrali.
Con la differenza che questi codici, oggi, non emergono spontaneamente: vengono hackerati, gestiti e manipolati ad arte da leader d’élite che li comprendono, li canalizzano narrativamente e li trasformano in strumenti di governo della percezione collettiva.
Trump è, in questo, uno stratega d’élite. Anche ciò che in superficie sembra follia non è mai casuale. Mette in scena un’operazione di ingegneria sociale in cui il simbolo religioso viene brandito come arma per imporre un controllo totale del frame narrativo. L’apparato liturgico non è lì per pregare: è lì per alterare la percezione della base elettorale, per trasmutare la fredda necessità geopolitica di un’escalation bellica in un’incontestabile crociata morale, sottraendola così a qualsiasi critica razionale.
Non è una novità. Come Costantino che marciò sotto il segno della croce al Ponte Milvio, trasformando una battaglia per il potere assoluto in una guerra santa. la transizione da scelta strategica a missione divina funziona perché l’architettura mentale umana è biologicamente vulnerabile ai trigger tribali. Incorniciare la violenza letale dentro un mandato divino bypassa il filtro razionale, inibisce il dissenso prima ancora che si formi, e fornisce a chi è dalla sua parte l’alibi psicologico necessario per assorbire il peso del sangue e della distruzione — senza interrogarsi sulle cause reali.
Come puoi giustificare, davanti alla tua stessa opinione pubblica, l’annientamento di oltre centocinquanta bambine iraniane sepolte sotto le macerie della scuola elementare Shajareh Tayyebeh di Minab?
Non puoi farlo con la statistica militare, derubricando un missile di precisione statunitense a semplice “danno collaterale” per aver colpito un quartiere residenziale vicino a una base nemica. Non puoi farlo appellandoti al diritto internazionale, perché le immagini dei corpi estratti a sud dell’Iran hanno già fatto il giro del mondo. E non puoi farlo con il filtro mediatico, perché non siamo più ai tempi della guerra del Vietnam, quando le notizie arrivavano selezionate e in ritardo: oggi tutto è visibile in tempo reale, immediatamente e ovunque.
L’unico modo per neutralizzare un trauma collettivo di questa portata è spostare il piano dello scontro dalla fisica alla metafisica.
È qui che l’imposizione delle mani nello Studio Ovale svela la sua reale natura tattica. A soli cinque giorni dal bombardamento di Minab, con la pressione internazionale al collasso, l’amministrazione Trump non ha cercato scuse diplomatiche. Ha evocato Dio. Ha eretto un muro teologico attorno alle proprie decisioni militari, fornendo alla sua base elettorale l’alibi supremo: se l’offensiva risponde a un mandato divino per la difesa dell’Occidente e di Israele, allora anche la distruzione di una scuola elementare smette di essere un’atrocità ingiustificabile e diventa un tragico, ma inevitabile, tassello di un ordine superiore. Un destino crudele ma inevitabile.
Fermarsi a questo livello di lettura, tuttavia, per quanto già rivelatore, significa accontentarsi del visibile e restare all’oscuro delle strategie di potere più profonde che Trump mette in atto.
2 Livello – Dominanza Estetica e Strutturale dell Realtà
Scendiamo dalla punta dell’iceberg un momento, più in profondità nelle dinamiche nascoste del potere. E non posso fare a meno di sorridere amaramente constatando come giornalisti e analisti facciano fatica a vederlo, o si fermino forse di proposito al puro sensazionalismo che nutre crawler e algoritmi.
Trump non chiede a chi guarda il video della preghiera di crederci, né si aspetta che gli analisti di politica estera, o persino parte del suo stesso elettorato laico, prendano la scena per un momento di sincera devozione. Lui sa perfettamente che molti vedranno l’artificio. E non gli importa.
Il vero potere non è far credere a tutti che stai dicendo la verità. Il vero potere è costringere tutti a relazionarsi con l’immagine che hai imposto. Con la verità che hai imposto.
Eseguendo quella buffonata nello Studio Ovale, Trump non sta chiedendo un atto di fede; sta imponendo un’estetica. Sta occupando fisicamente, visivamente e psicologicamente lo spazio vitale della nazione. Costringe i media a trasmetterlo, i detrattori a indignarsi, gli alleati a difenderlo. Tutti, credenti o cinici, finiscono per abitare una realtà in cui lui è al centro, legittimato da una forza superiore, mentre i missili cadono.
In questo ecosistema post-verità, la forma non è solo sostanza: la forma divora la sostanza. Non importa se l’imposizione delle mani sia teologicamente genuina o strategicamente costruita. Nel momento in cui l’immagine viene prodotta, distribuita e consumata da milioni di persone, diventa la realtà effettiva, la realtà disegnata dal suo stesso progettista.
Come le Moire che tessevano il filo del destino senza che i mortali potessero né vederlo né spezzarlo, chi controlla l’immagine tesse la realtà. Il rito è progetto reso tangibile.
C’è un meccanismo antropologico profondo in questo: la liturgia serve a gerarchizzare. Quando costringi l’ambiente a piegarsi a un rituale, anche se sai che molti non ci credono, stai testando ed esibendo la tua dominanza. La realtà non ha più il permesso di essere tale: viene filtrata e riscritta dalla manipolazione, che le impone una nuova lettura interamente costruita sul racconto di chi detiene il potere.
Il messaggio implicito non è: “guardate quanto sono fedele ai principi cristiani“, ma: “ho il potere di convocare i leader religiosi nel cuore dell’Impero a benedire la mia guerra, e nessuno può impedirmelo.” È l’esibizione della forma come pura dimostrazione di dominio sulla realtà.
È una cronaca redatta in tempo reale e asservita a un potere ultimo, capace di imporre il collasso di ogni cosa attorno al proprio centro di gravità.
La Trappola dell’Indignazione
Quando l’opinione pubblica laica, i media progressisti o gli analisti europei si scagliano contro quella scena, definendola “oscurantista“, “ipocrita” o “pericolosa“, credono di decostruire il potere di Trump. In realtà, stanno semplicemente lavorando per lui, gratuitamente e con un’efficienza spietata.
In altre parole, chiunque imprechi emotivamente o critichi urlando allo scandalo non sta sabotando lo spettacolo. Sta comprando il biglietto per la prima fila, sedendosi esattamente dove il regista aveva previsto, conferendogli così maggiore potenza drammatica. Sta recitando la parte dell’antagonista in un copione già scritto.
In un sistema polarizzato e algoritmico, l’odio dell’avversario è la metrica più pura del proprio successo: ne legittima il ruolo eroico, alimenta il pathos e sorregge la tensione narrativa dell’intera epopea.
Lui ha già raggiunto lo scopo: ha associato il suo volto, la sua presidenza e la sua guerra ai concetti incrollabili di Sacro, Autorità e Ordine. Archetipi potenti, piegati però al servizio di un Potere vorace e auto-alimentante che finisce per sottomettere e svuotare ogni altro riferimento simbolico.
Solo la fredda analisi sistemica può annichilire ogni tentativo di controllo percettivo. L’unico modo per neutralizzare quella narrazione sarebbe vedere le cose così come le avete lette in questo articolo. Solo che io, qui, sono perfettamente irrilevante rispetto ai meccanismi di scala che ho descritto: occorrerebbe che una fetta sufficientemente ampia di persone fosse in grado di riconoscerli e nominarli. Ma questa, lo sappiamo bene, è pura utopia.
La Libertà del Pensiero Critico
Un appunto finale:
In questi giorni ho visto realtà di destra che si presentano come obiettive e critiche sorvolare letteralmente su queste narrazioni, unicamente per non inimicarsi il proprio pubblico. Ma se si propone la razionalità e l’analisi come fondamento del proprio progetto, occorre andare oltre il proprio orientamento politico e ideologico. Altrimenti si diventa semplici sostenitori, tifosi ciechi, parte di quella stessa massa utilizzata ai fini del consenso. Si ripete lo stesso schema del fanatismo woke, femminista o di sinistra, o dei demagoghi liberal-dem. Solo dal versante opposto.
Vuoi essere libero? Devi essere libero di criticare, di pensare e di vedere al di là di qualsiasi credo. Essere di destra, ontologicamente, filosoficamente, nella mia essenza di principi profondi e non politici in senso stretto, non mi impedirà mai di abdicare al mio senso critico.
- Il RE è morto. La CORONA muore con lui.
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- Il sangue degli uomini unge le fondamenta di ogni società
