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Joshua vs Paul: la farsa più onesta del nostro tempo

Joshua Vs Paul

Lo scontro tra Anthony Joshua e Jake Paul, in molti lo hanno criticato come l’ennesima operazione commerciale travestita da boxe, con il consueto richiamo nostalgico alla noble art come se esistesse un’età dell’oro immune da interessi economici.

È un’idealizzazione che regge poco a un’analisi storica seria. La boxe è sempre stata spettacolo, mercato e potere: dai primi del Novecento, quando il controllo delle borse e dei match passava spesso attraverso circuiti criminali e mafiosi, fino all’era televisiva, al pay-per-view e oggi allo streaming globale. Cambiano i soggetti e gli strumenti, non la logica.

In questo senso, l’incontro Joshua–Paul è perfettamente coerente con le logiche di mercato.

Il match si è svolto il 19 dicembre 2025 al Kaseya Center di Miami, trasmesso in diretta mondiale su Netflix, con numeri di pubblico enormi per un evento pugilistico. Ciò spiega il perché dell’incontro.

Sul piano dei protagonisti, la distanza era abissale già in partenza. Joshua non è semplicemente un pugile più esperto: è un campione olimpico (oro a Londra 2012), un ex campione del mondo unificato, e soprattutto un outlier biologico nel senso stretto del termine.

Uno spazio di consulenza mirata, dedicato all’analisi delle dinamiche relazionali. Qui si affrontano rotture, manipolazioni psicologiche e scenari complessi con le donne, con strategie specifiche costruite sul singolo caso.

La sua massa, la sua densità muscolare, la capacità di generare forza mantenendo coordinazione e tecnica lo collocano in quella percentuale infinitesimale di uomini che sembrano cyborg “selezionati” per quel mestiere.

Lui non ha scelto la boxe. È la boxe che ha scelto lui.

Jake Paul, al contrario, è arrivato lì per una strada completamente diversa.Ha capitalizzato risorse, visibilità e tempo, investendo sulla propria trasformazione sportiva con criteri imprenditoriali: top trainer, preparazione fisica d’élite, continuità di allenamento.

Con le stesse immense risorse e la stessa dedizione, molti uomini con una base atletica solida avrebbero potuto raggiungere un livello simile.

Paul non è un fenomeno genetico, ma un prodotto ben riuscito di investimento, disciplina e opportunità, quasi un atleta da laboratorio assemblato al meglio.

Lui ha scelto la boxe.

Molti si aspettavano una farsa, un match controllato, Joshua che accompagna l’incontro ai punti, show senza danni reali. Era una previsione plausibile, anche perché coerente con altre operazioni simili del passato recente.

Ma, un segnale contrario era già arrivato dal precedente incontro di Joshua, nel quale aveva messo KO brutalmente quel titano di Francis Ngannou.

Quell’episodio aveva mostrato che Joshua non era disposto a recitare una farsa.

In termini di brand personale, per Joshua non vendersi era la scelta più redditizia: un match accomodante lo avrebbe reso ridicolo agli occhi del pubblico mainstream e irrimediabilmente compromesso agli occhi degli addetti ai lavori.

Al contrario, imporsi con decisione ha riattivato i riflettori su di lui come figura centrale, restituendogli una dimensione narrativa che spesso gli era stata negata — quella del personaggio, non solo del pugile “piatto” e funzionale.

Quanto a Paul, va detto, entrare sul ring contro un atleta del genere, reggere diverse cannonate per diversi round e non crollare immediatamente non è un atto banale.

Il divario tecnico era reale, ma la sovrastazione non è stata solo tecnica: è stata fisica, strutturale, totale. Contro un uomo come Joshua, dotato di una forza brutale; resta solo la tecnica, la gestione della distanza, il tempo. Ma perché questo basti, devi appartenere a una categoria rarissima di pugili — qualcuno con l’intelligenza, la mobilità e la raffinatezza di un Oleksandr Usyk (lo ha sconfitto due volte), che infatti è un peso massimo atipico e comunque eccezionale.

Forse il punto non è chiedersi se questo incontro abbia “tradito” la boxe, ma se non abbia piuttosto tolto il velo a molte illusioni: sull’idea di purezza dello sport, sul mito dell’eguaglianza delle possibilità, e sulla convinzione che la realtà debba sempre adattarsi alla narrazione. In questo senso, Joshua–Paul non è stato uno scandalo né una farsa. È stato un evento perfettamente coerente con il tempo in cui viviamo — e, nel suo esito, persino brutalmente onesto.

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