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Strage di Crans Montana: un evento evitabile, reso possibile dalla disonestà dei coniugi Moretti

Crans Montana

Ho 34 anni. I ragazzi morti al Le Constellation, a Crans Montana, ne avevano 16 o 17. Esattamente la metà dei miei. Nell’incendio di Capodanno i morti accertati, ad oggi, sono 47 e i feriti sono circa 120. Tutti giovanissimi.

Quando guardo un sedicenne oggi non vedo un ragazzo della nuova generazione da criticare con la retorica stantia del “ai miei tempi” era meglio. Vedo me stesso, con le mie insicurezze, i miei sogni, quella voglia di spaccare il mondo e di giocare a essere grandi senza esserlo davvero. 

A quell’età si è una bomba a orologeria: energia pura, ma anche tanta fragilità. Fili d’erba che imparano a resistere ai venti, e proprio per questo più vulnerabili di quanto sembrino. 

Per questo non ho mai tollerato chi spara a zero sulle “nuove generazioni”. Io mi arrabbio con loro, sì, ma è la rabbia del padre o del fratello maggiore: ti incazzi non perché li disprezzi, ma perché non vuoi che si facciano male per cazzate.

E a Crans Montana si sono fatti male nel modo peggiore concepibile.

Guardando i primi video la mia reazione è stata viscerale. “Ma che ci fate ancora lì? Perché filmate? Uscite, cazzo!”.

Vedevo ragazzi ridere e riprendere con lo smartphone mentre il soffitto iniziava a bruciare. Era palese che il fuoco lì sotto, anche se non avesse bruciato tutto subito, avrebbe reso l’aria irrespirabile in pochi minuti. Eppure, nulla.

Vedevo smartphone alzati come scudi, come se il telefono fosse una cornice sulla realtà, un filtro che incapsula le immagini e le rende “virtuali” già prima di esserlo davvero.

A quell’età, il bisogno di “esserci”, di testimoniare, di condividere l’evento straordinario con gli altri è più forte persino della paura. Pensano di catturare un momento virale e invece stanno perdendo gli unici secondi utili per salvarsi.

Tutto questo, purtroppo, non può che farmi incazzare. Di una rabbia che prova a inventare ipotesi, perché la mente non tollera l’esito drammatico che si è verificato.

Cause

Troppi fattori avversi si sono allineati in una sequenza deterministica micidiale:

  1. Negligenza criminale: Materiali infiammabili non a norma nel soffitto e uscite di sicurezza sbarrate o insufficienti.
  2. Psicologia della folla: Il “bias di normalità” che ha ritardato l’evacuazione di quei 30-60 secondi fatali.
  3. Analisi strutturale: Un locale sovraffollato ben oltre la capienza legale, trasformato in una trappola per topi.

A quel punto entra un concetto matematico indispensabile per capire:

la legge dei grandi numeri applicata alle tragedie.

Quando la supervisione degli adulti viene meno, quando le istituzioni non controllano e i gestori sono dei criminali, le probabilità fatali, seppur rare, aumentano drasticamente.

Luoghi come questi esistono ovunque, ogni fine settimana, ogni Capodanno. Se si prende uno scenario con determinate condizioni e lo si replica abbastanza volte, il pericolo smette di essere “improbabile” e diventa “inevitabile”.

È come lanciare una moneta in aria infinite volte: prima o poi succede che cade in piedi, non esce né testa né croce, ma rimane in equilibrio sul taglio. Non perché fosse destino, ma perché il sistema ha effettuato abbastanza tentativi da rendere plausibile perfino l’eccezione.

Quello che mi sconvolge non è solo la morte, ma il modo.

Immaginare quei corpi schiacciati dalla folla in un collo di bottiglia su quella scala: la calca che diventa un tappo, dove non si muore soltanto bruciati, ma asfissiati dalla compressione toracica di altri esseri umani terrorizzati.

Immaginare chi ha capito, e per alcuni secondi ha avuto la consapevolezza piena di stare morendo; e immaginare chi non ha capito, chi è svenuto per i fumi tossici prima ancora di capire che era la fine.

In questo preciso istante, mentre scrivo e voi leggete, ci sono ragazzi sopravvissuti che si trovano in terapia intensiva negli ospedali e stanno affrontando un trauma psicologico e fisico, con le vie aeree distrutte e ustioni terribili e scioccanti che hanno cambiato per sempre la loro vita, sapendo che altri come loro non ce l’hanno fatta.

I Coniugi Moretti

Non c’è giustizia per i 47 morti del Le Constellation. E la prova definitiva è nell’immagine di quella criminale della proprietaria, Jessica Moretti, ripresa dalle telecamere mentre scappava dal locale in fiamme con l’incasso della serata. Mentre i ragazzi morivano, lei salvava i soldi.

Lei e suo marito Jacques Moretti non sono semplici imprenditori sfortunati. Sono figure con un passato borderline, fatto di precedenti per truffa e sfruttamento in Francia, arrivati in Svizzera per costruire un impero immobiliare basato su capitali di dubbia origine.

Il profilo dei coniugi Moretti è coerente con il riciclaggio di denaro criminale. I locali pubblici sono lo strumento classico per movimentare contanti opachi.

È probabile che facciano parte di un sistema oscuro che noi non conosciamo e che, se venisse alla luce, darebbe problemi a molte persone, ma al momento ne sappiamo ancora poco.

I lavori non a norma

A ogni modo, i Moretti, nel 2015, durante i lavori di ristrutturazione non autorizzati, hanno ristretto la scala interna per guadagnare coperti, violando le norme che prevedono una larghezza minima di 1,2m​ (dimensione attuale: Circa 1 metro di larghezza)​

Nella notte di Capodanno, quando i ragazzi hanno cercato di fuggire dal seminterrato del locale, quella larghezza insufficiente ha creato compressione e blocco fisico. È statisticamente accertato che ogni centimetro di riduzione della larghezza aumenta esponenzialmente i tempi di evacuazione (fluidodinamica della folla).​

Sempre nel 2015, è stata installata nel soffitto una schiuma isolante fonoassorbente (materiale altamente infiammabile).​

Norma violata:

  • La schiuma deve rispondere alla classificazione M1 o M2 (bassa infiammabilità)
  • Quella utilizzata era M3 o M4 (altamente infiammabile), cioè illegale in spazi pubblici​
  • Non è mai stata sottoposta a verifica di conformità dalle autorità.​

Ovviamente, come è facile intuire la schiuma M1 (conforme) costa 4-5 volte di più rispetto alla M4 (non conforme). Per una superficie di ~200 m², il risparmio è di €8.000-12.000.​

Quando i fuochi pirotecnici della “ragazza col casco” hanno raggiunto il soffitto, la schiuma non conforme si è infiammata istantaneamente (flashover). Se fosse stata M1, il tempo di propagazione sarebbe stato di 3-5 minuti, permettendo l’evacuazione quasi totale. Invece è stato 30-60 secondi con un flashover che non ha dato scampo a molti ragazzi. La schiuma illegale ha accorciato di 80-90% il tempo di fuga disponibile.

Teoria dei Giochi

Questo è il risultato della Teoria dei Giochi.

In un sistema dove i controlli sono rari e le sanzioni arrivano tardi, l’agente economico senza scrupoli (il gestore) ha un incentivo matematico a essere negligente.

Risparmiare sulla sicurezza aumenta il profitto immediato. Jacques e Jessica Moretti hanno giocato d’azzardo con la vita dei ragazzi perché il “premio” (il guadagno) era tangibile, mentre il rischio (la catastrofe) sembrava lontano.

Questi eventi sono il prodotto inevitabile di un sistema che permette al guadagno puro di prevalere sulla tutela dei giovani. E finché gli incentivi non cambieranno, la moneta continuerà a essere lanciata. E prima o poi, cadrà ancora in piedi.


La Catena del Colpevole/Complice

AttoreRuoloOmissione
Jacques MorettiProprietarioViole deliberatamente tutte le norme di sicurezza
Jessica MorettiGestoreChiude a chiave le uscite di emergenza
Ex DipendentiTestimoni mutiHanno sottaciuto le violazioni per anni (paura di perdere il lavoro)
Sindaco Nicolas FéraudAutorità localeAmmette (solo POST-incendio) che NON ha controllato dal 2020.​
Commissione Sicurezza ValleseOrgano di controlloUltimo controllo nel 2019 (7 anni di assenza)
Procuratrice Béatrice PilloudAutorità giudiziariaLi lascia liberi nonostante prova video della fuga con la cassa

Conclusione

Per quanto riguarda i Moretti, in cuor mio, so che aspettarsi giustizia dai tribunali è spesso impossibile. I tempi della legge sono geologici, gli avvocati abili, e le scappatoie infinite per chi ha i soldi per pagarle. Probabilmente i Moretti sperano proprio in questo: che l’indignazione si raffreddi, che le carte si impolverino, che il sistema faccia il suo corso lento e burocratico permettendogli di cavarsela con qualche anno e il patrimonio intatto.

Ciò che mi auspico non è solo una sentenza scritta su un foglio di carta bollata. Mi auspico che paghino con le conseguenze naturali di ciò che sono diventati. Perché l’avidità è una droga che ti toglie la misura. Quando inizi a sporcarti le mani, quando accetti di barattare la sicurezza altrui per denaro, quando ti senti così onnipotente da credere di poter fare ciò che vuoi, perdi il contatto con il mondo reale. Ti convinci di essere intoccabile. Pesti i piedi alle persone sbagliate, stringi patti con diavoli che prima o poi ti presentano il conto.

Non credo nel karma mistico che bilancia l’universo. Ma credo nel principio che spesso raccogliamo ciò che seminiamo.

Questi soggetti hanno seminato vento per anni—negli affari sporchi, nelle uscite chiuse, nel disprezzo per la vita—e ora spero che raccoglieranno tempesta.

Il prezzo vero, purtroppo, lo hanno pagato degli innocenti. Ed è per loro che va il mio ultimo pensiero.

Spero che i parenti delle vittime, con il tempo, possano trovare non dico un senso, ma una tregua dal dolore, uno spazio dove il ricordo dei loro figli sia più sostenibile.

E spero che i superstiti, quei ragazzi che ora combattono la loro guerra privata contro il dolore e le cicatrici, trovino la forza per vivere.

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