UNIVERSO 25: la distopia dei topi che anticipa quella degli uomini

Universo 25 la fogna del comportamento esperimento con i topi

Un etologo di nome John Bumpass Calhoun, sull’onda dei timori legati alla sovrappopolazione mondiale e all’esaurimento delle risorse che cominciavano a circolare nel più ampio pubblico, condusse negli anni ’50-‘60 una serie di esperimenti passati alla storia. Selezionò coppie geneticamente perfette di topi, e le inserì in ambienti (che chiamava “utopie” o “paradisi per topi”) costituiti di spazi ristretti e razionalizzati, come le metropoli umane, ma in cui era mantenuto un clima ideale e controllato, totale igiene e salute, e venivano forniti cibo e acqua senza limiti. Calhoun ripeté l’esperimento molte volte, osservando ogni volta lo stesso andamento: il campione comincia a riprodursi velocemente, raggiunge un picco (molto inferiore alle capacità attese dell’habitat), e a quel punto iniziano a diffondersi comportamenti patologici che peggiorano fino a portare all’estinzione della comunità.

Nel più noto dei suoi esperimenti, chiamato “Universo 25” (perché 25° nella serie dei tentativi), l’ambiente fu strutturato a strati, con tunnel orizzontali in maglia di ferro e corridoi che li attraversavano in modo da fornire ai topi dei ripari in cui costruirsi nidi. L’habitat avrebbe potuto ospitare fino a 3800 topi, ma la crescita si fermò a 620, quando i comportamenti patologici iniziarono a diffondersi. 

Ad esempio, alcune femmine diventano incapaci di costruire nidi, e aggressive fino a rifiutare e poi uccidere i loro piccoli. Alcuni esemplari diventano “pansessuali” e iperattivi, e tentano di accoppiarsi con chiunque. Alcuni diventano ingiustificatamente violenti e prevaricatori. In alcuni gruppi, i morti vengono cannibalizzati (nonostante, lo ricordiamo, cibo illimitato fosse a disposizione). Alcuni soggetti, che Calhoun chiamò i “belli”, si abbandonano a un comportamento sterile e autoriferito, occupandosi solo di mangiare, dormire e lisciarsi il pelo. Altri ancora si isolano e si ritirano da ogni interazione sociale, un po’ come gli hikikomori1 (Calhoun li chiamò “sonnambuli” o “autistici”): «divenuti capaci solo dei comportamenti più basilari legati alla mera sopravvivenza fisiologica. Hanno perso il loro spirito». I comportamenti patologici dilagano – Calhoun chiamò questa fase fogna del comportamento – finché l’intero campione cessa di riprodursi e si estingue.

Calhoun ne trasse la conclusione che la convivenza di molti individui in spazi limitati e altamente razionalizzati pone un problema a prescindere dalle risorse. Egli era convinto che esista un limite massimo al numero di interazioni significative che un individuo e una comunità possono tollerare senza alienarsi. Con l’incremento della popolazione in uno spazio ristretto, diventa impossibile controllare il contatto sociale; il numero di interazioni forzate supera quello dei ruoli sociali disponibili, inibiti anche dalla pronta disponibilità delle risorse. Tutto questo porta a ostilità, isolamento, rinuncia alle proprie spinte istintuali, e infine alla disgregazione di quell’equilibrio di identità e gerarchie che sembra fondamentale per la sopravvivenza “spirituale” di una comunità. 

Nonostante queste conclusioni siano state poste in dubbio per il “salto” di specie dai topi agli esseri umani, le somiglianze di alcuni sintomi del disagio sociale negli “universi” di Calhoun con le comunità umane moderne sono impressionanti e furono notate da altri ricercatori. Ad esempio Desmond Morris nel celeberrimo La scimmia nuda argomenta che, proprio come per i topi, negli esseri umani le regole dell’interazione sociale «si sono evolute da, e per, il funzionamento di piccole, ristrette unità tribali, non di vaste metropoli. Nella grande città ci incrociamo e interagiamo costantemente con centinaia di estranei. Questo è qualcosa di nuovo nella storia della specie». 

Calhoun condusse i suoi esperimenti quando ancora il “world wide web” non esisteva; e proseguì la sua ricerca immaginando architetture strutturali che potessero spingere le cavie a comportamenti collaborativi e creativi (con qualche successo), per poi trasferire le sue intuizioni in suggerimenti su come costruire le metropoli del futuro. Ma come limitare l’eccesso di interazioni e di ruoli in un mondo in cui, tramite i social, si vive – nello spazio ristretto della propria mente – in “universi” virtuali popolati di migliaia di soggetti?…

John B. Calhoun all’interno del “paradiso dei topi” da lui ideato

Per approfondire:

J. B. Calhoun, “Population Density and Social Pathology”, Scientific American 306, 1962 (paper)

E. Ramsden & J. Adams, “Escaping the Laboratory: The Rodent Experiments of John B. Calhoun”, The Journal of Social History vol. 42 n. 3, 2009 (paper)

R. R. Hock, “Forty Studies that Changed Psychology” (pp. 249-257), Pearson Prentice Hall, 2004

Autore

  1. Gli Hikikomori sono ragazzi — il 90% di sesso maschile — che scelgono volontariamente di recludersi in casa senza avere contatti abituali con il mondo esterno
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Una risposta

  1. Eccoli i danni dei social dove un esercito di scimmie cerebrolese vive la sua affollatissima “second life” sostituendola persino a quello straccio di vita reale che possiede che è sempre meglio del loro nulla digitale con cui, le donne soprattutto, gonfiano il loro puerile ego.

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