Perché l’arte di “oggi” è profondamente diversa dall’arte di “ieri”?

Arte di Maurits Cornelis Escher - Vincolo d'unione -1956

Io e la mia compagna Melissa Basta, durante una tranquilla passeggiata notturna, abbiamo parlato del più e del meno e, tra le tante cose, ci siamo chiesti: perché l’arte al giorno d’oggi è così diversa dall’arte di ieri? Perché c’è stato questo profondo cambiamento? Non siamo critici d’arte e sicuramente ci sono persone ben più qualificate di noi per questo, ma permetteteci di condividere con voi alcune riflessioni sul tema dal punto di vista antropologico.

Non siamo tra quelli che definiscono “arte” solo quella classica o rinascimentale. L’arte è una forma di espressione propria del suo tempo e come tale subisce l’influenza del contesto storico e sociale in cui viene prodotta. L’arte moderna e contemporanea è meritevole dello stesso rispetto.

Analisi di Aldo Petrillo

Nell’arte di ieri si tendeva al realismo perché l’uomo investiva d’immaginazione le opere: il mistero era nello sguardo dell’osservatore. Era un mondo che doveva essere ancora esplorato, l’opera artistica attingeva dalla consapevolezza dell’uomo che non conosceva ancora, e che quindi poteva rendere l’opera un’ipotetica rappresentazione di una realtà ancora inaccessibile; l’occhio investiva di significato, di simboli, la realtà stessa, come se tutto fosse allegoria, poiché di fatto è così che i nostri antenati vedevano il mondo, tra divinità, significati esoterici, mostri, messaggi nascosti e luoghi inesplorati. Nel passato, rappresentare qualcosa in maniera astratta era incoerente e insensato, perché l’immaginazione non poteva attribuire a un opera l’intensità simbolica che godevano altre opere rappresentative delle realtà ipotetiche. L’opera artistica era una rappresentazione della realtà o di una sua distorsione concettualmente significativa in grado di rievocare emozioni. Una nave celata nell’ombra sul mare nero era uno scenario oscuro ma comunque attinente alla realtà.

Al giorno d’oggi la realtà è cambiata radicalmente, il mondo non ha più misteri, conosciamo quasi tutto; il mondo è mappato in ogni punto, gli animali sono classificati, non immaginiamo mostri marini al di là dei confini dei mari conosciuti, non temiamo gli spiriti dei boschi, e tutto ciò che credevamo fosse magico ha una spiegazione fenomenica di qualche tipo. Vorremmo con tutti noi stessi credere nell’inspiegabile. L’arte plasma, si evolve e non ha necessità di rappresentare una realtà di cui sappiamo tutto. La distorce in forme astratte, in sensazioni intangibili, in forme e pennellate caotiche, apparentemente folli. È un’arte evocativa, provocatoria, che nasconde ciò che vuole far scoprire. È un urlo di ribellione dell’uomo che si scopre un essere finito, circoscritto, che non ha più terre da scoprire e occhi per completare con l’immaginazione le cose intraviste. La disperazione di chi può riscoprire il piacere dell’ignoto attraverso l’interpretazione delle ambiguità significative. La polivalenza concettuale dell’opera coinvolge l’osservatore che ne diventa parte e attribuisce lui stesso il significato, il senso. Al contrario dell’opera d’arte classica, dove l’osservatore doveva scoprire il significato dall’autore.

Battaglia di Costantino contro Massenzio, Scuola di Raffaele Sanzio, 1520-1524

Analisi di Melissa Basta

C’è stato un tempo, nel passato, in cui l’arte assumeva il puro significato della bellezza. Se pensiamo ad esempio al Rinascimento Italiano, per citare una realtà vicina a noi e facilmente osservabile ancora dai nostri occhi, ci rendiamo conto che il solo scopo degli artisti, degli scultori, degli architetti, dei musicisti e di tutti coloro che si occupavano più in generale di “arte”, era quello di rendere bello e pomposo il mondo. Le giornate venivano impiegate nella preparazione di profumi, essenze, colori nuovi, sculture, dipinti; commissioni su commissioni del “bello”.

Perché ad oggi non vi è più questo interesse verso il bello? La risposta, la troviamo nel cambio di responsabilità che sentiamo di avere verso il mondo e, soprattutto, visto che siamo esseri viventi che devono preservare la loro evoluzione ora più che mai, verso le nuove generazioni.

In passato, rispetto alla realtà odierna, nessuno aveva la preoccupazione di preservare la terra come luogo fisico: non esisteva ad esempio l’inquinamento, o altri fattori dei quali oggi subiamo le conseguenze e che dobbiamo tenere sotto controllo assiduamente. Non vi era l’esigenza di pensare a questo tipo di conservazione futura; semplicemente c’erano modi di vita diversi, ad oggi irripetibili per ovvie ragioni, bisogni diversi, esigenze e ideali diversi. Con l’avanzare della tecnica e dell’industria, che ci hanno dato un grosso vantaggio in molti ambiti, si sono presentati nuovi problemi, uno dei quali appunto il cercare di capire come preservare la terra per le future generazioni. Anche l’arte ha risentito di questo processo; l’essere umano non ha più tempo e modo di concentrarsi meramente sul bello, poiché l’arte stessa è mutata assieme a tutto ciò che ci circonda.

Giorgio De Chirico, Ettore e Andromaca, 1917

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